![]() Valerio De Nardo |
– Dunque la soppressione della Provincia di Viterbo potrebbe divenire realtà e già mi hanno invitato nel gruppo Facebook “Macroprovincia Terni Viterbo e Rieti”, creato giusto sabato scorso.
Nei prossimi giorni il consiglio delle autonomie locali dovrebbe proporre alla Regione e questa al governo il riassetto degli enti di area vasta nel Lazio. Con la norma oggi in vigore, è prevedibile che, nell’immediato, la vicenda si concluderà con l’accorpamento delle attuali province di Viterbo e Rieti.
Inizialmente il perimetro della città metropolitana di Roma coinciderà infatti con quello dell’attuale Provincia della capitale. Solo successivamente i comuni in essa compresi potranno esercitare l’opzione per uscirne. Tra questi potrebbe farlo Civitavecchia, che alcuni quotidiani danno già per aggregata alla nuova provincia della “Tuscia Sabina”.
Un motivo in più per guardare al completamento della superstrada da Monteromano all’Aurelia come una vera e propria necessità per lo sviluppo dei territori, a prescindere dai futuribili aeroporti.
Per anni si è fatta una campagna martellante sull’abolizione delle province e oggi che si arriva al dunque dell’accorpamento nascono naturalmente perplessità e resistenze, come quelle esternate dal presidente Meroi. Senza dubbio, però, il loro numero va ridimensionato: è la stessa Unione delle province italiane a sostenerlo.
Anche perché esse, come prevede la Costituzione, sono “circoscrizioni di decentramento statale” e, quindi, la riduzione del loro numero avrà conseguenze pure in ordine alla presenza degli uffici dello Stato sul territorio.
Si tratta di un processo di contenimento della spesa forse inevitabile e le attuali tecnologie, con la digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni, consentono di realizzarlo in maniera avanzata e coerente anche con nuove modalità di lavoro dei dipendenti e di rapporto con i cittadini.
Piuttosto bisognerà ripensare la questione della rappresentanza democratica (suffragio universale anziché elezione indiretta di secondo livello) e occorrerà riflettere su quali funzioni affidare alle nuove province. A me, ad esempio, sembra un errore che le competenze riguardanti l’edilizia degli istituti scolastici di secondo grado passino ai comuni: con il nuovo dimensionamento si tratta infatti sempre più di una tipica funzione di area vasta, non di prossimità, che coinvolge la domanda di reti territoriali, non di singole aree puntuali.
Certo, però, appare veramente fuori luogo che su questi temi si proceda per decreto. Stiamo accettando uno stato di eccezione democratica ormai perenne, al quale il presidente della repubblica dovrebbe porre un argine. Il fatto che questo governo sia intestato al Quirinale non può giustificare che la decretazione d’urgenza, sugli argomenti più disparati, divenga la regola, poiché potrebbe rimanere tale anche con un parlamento non così delegittimato come l’attuale.
Peraltro un parlamento rilegittimato potrebbe non fermarsi sul percorso del riassetto istituzionale. Potrebbe magari mettere mano a quello che in questi decenni ha costituito il vero buco nero della spesa pubblica, ossia le regioni.
Nello studio del 1996 di Marcello Pacini per la fondazione Giovanni Agnelli si proponeva di passare da venti a dodici regioni. Ci sarà nella nuova legislatura la forza, la lungimiranza e il coraggio politico di intestarsi una tale prospettiva di riforma costituzionale? Il presidente Fini ne ha accennato e ciò mi fa ben sperare.
Purtroppo in questi anni il regionalismo si è rivelato non soltanto una fonte di sprechi, ma soprattutto una occasione sprecata, accrescendo il divario tra nord e sud e dando vita a grandi e piccoli centri di potere esaltati dalla potestà legislativa. In questi anni ho trovato insopportabile sentire parlare di “governatori” a proposito dei presidenti delle regioni: ma che il Lazio ha la pena di morte e la Campania no? Siamo come Texas e Connecticut?
Per quanto ci riguarda un processo del genere potrebbe dare il via a quel progetto di ristrutturazione della governance territoriale da molti auspicata, in primo luogo dal compianto Gigi Daga, che guardava alla prospettiva della regione Etruria, che coinvolgesse Alto Lazio, Umbria e Toscana, come ad una possibilità concreta.
Magari si potrebbe realizzare una nuova grande provincia all’interno di un diverso assetto regionale, parliamone!
Se la si finisse con il “ce lo chiede l’Europa”, con i decreti legge a raffica e si aprisse un dibattito dal basso, diffuso, partecipato, serio, pacato, forse ci accorgeremmo che la crisi provoca grandi difficoltà, ma offre anche altrettanto grandi possibilità, che non sono da realizzare dall’oggi al domani, ma in un arco di tempo congruo e sostenibile.
Fino a che la politica, espulsa dai tecnici e strattonata dal populismo rimarrà latitante, c’è poco da sperare. Ma è noto che la speranza…
Valerio De Nardo
