![]() Filippo Rossi |
Riceviamo e pubblichiamo – Che la stampa viterbese, storicamente non particolarmente anticonformista contro mode e poteri forti pur con eccezioni elevate, innalzasse al cielo giubili per Caffeina, non mi ha sorpreso più di tanto.
La kermesse culturale del modaiolo futurista, ex passatista, Filippo Rossi ormai è in pianta stabile a Viterbo. Anzi, sembrerebbe che prima di Rossi, la cultura nella nostra città fosse inesistente.
Rimpiango, da uomo di destra, i festival dell’Unità a Pratogiardino, almeno erano schietti senza snobbismi. La mia critica della manifestazione non è tanto nel metodo, anzi, trovo interessante la fruibilità di un evento siffatto per un pubblico annoiato e poco incline a incontri con la cultura. Stronco senza attenuazioni il contenuto.
Non mi sorprende più di tanto che i finiani e aennini, prima ultrà di Mussolini, Evola, Romualdi, oggi siano compagnucci di ex democristiani e flirtino con gli antichi e odiati nemici, i comunisti. Oggi però mi si dice che non è più politicamente corretto indicare i “sinceri democratici” come “comunisti”; e Filippo Rossi lo sa, perché le categorie del politico e le etichette sono obsolete come il Commodore 64, non è vero? Tuttavia, qualcuno il controcanto glielo deve pur fare.
Sarò il classico giapponese che ancora combatte nella jungla a guerra finita, ma per me quel sistema valoriale tradizionale, precedente il fascismo (neo-fascista non lo sono mai stato, al contrario di molti futuristi) è valido sempre, a prescindere da mode e cambi di rotta. Fini e compagnia si sono accorti in tarda età degli orrori fascisti – leggi razziali e alleanza con Hitler – per potersi rifare con disinvoltura il make-up politico, per cui io, che non ho mai avuto tessera di partito né ho fatto il portaborse di nessuno, forse me lo posso permettere di definirmi di Destra senza arrossire.
Il mio è, voi direte, il solito, vetero, nostalgico atto d’accusa contro l’egemonia culturale dei tromboni progressisti. Sarò vecchio, ma credo fermamente che i nipotini italiani di Stalin seppellirono la vivacità intellettuale del Paese in un mare rosso stagnante. Già il compianto Fausto Gianfranceschi inchiodò alle proprie responsabilità i kompagni che, un secondo dopo la fine dell’Urss, si erano già riciclati in “ex-”.
La sua minuziosa ricerca fece riaffiorare panzane e menzogne occultate ad arte. Nello Stupidario della Sinistra i posti d’onore sono ovviamente riservati ai “soliti noti”: dall’infatuazione di Alberoni al Basaglia maoista, dall’Asor Rosa stalinista negli ’80 (e ultra-snob nei ’90) al cattivo gusto di don Milani, dal marxismo complessato di Italo Calvino alle strullate chic di Alberto Moravia, dall’Aspesi che illustrava l’utilizzo dello speculum di plastica per l’auto-medicamento femminista all’Augias che nel ’71 dalle colonne de l’Espresso accusava il “reazionario” Ionesco di essere troppo anti-sovietico.
Il lunghissimo catalogo comprende anche gli svarioni ideologici di Pasolini, le sviolinate al bolscevismo di Bobbio, e poi Eco, Cederna, Scalfari, Sciascia, Soldati, Volponi, Parise ecc…
Con Caffeina, si ripresentano con abiti diversamente confezionati e dal lessico riveduto e corretto, se non gli stessi personaggi (anche i compagni passano a miglior vita) lo stesso corpus dottrinario del materialismo storico, che con la compiacenza colpevole della Dc ha blindato la società e la cultura di questo nostro amato Paese sin dal dopoguerra. Ricordiamo ancora i plausi all’occupazione di Ungheria e Cecoslovacchia ad opera dell’Armata Rossa, di noti esponenti del Pci, ancor oggi sulla cresta dell’onda, e il silenzio vigliacco dei democristiani.
Ad onor del vero, non tutti gli ospiti di Caffeina son collocabili in quel culturame socialcomunista, vivaddio, ma la linea che passa è sostanzialmente quella.
I post comunisti, i riciclati lottacontinuisti e tutti quelli che prima indossavano l’eskimo con fierezza guerriera, finalmente gettano la maschera dopo decenni di Marx Marcuse Reich Adorno (cito a casaccio), per svelare la loro anima nichilista, perseguitori e promotori dell’individualismo sradicato dai riferimenti forti. I furbetti del quartierino della sinistra, hanno poi sostenuto che l’idea comunista non coincide certo con la sua incarnazione storica nell’Unione Sovietica, ed è per questo che ancora oggi l’egemonia culturale sopravvive a tutte le rivoluzione fallite.
È ben evidente, quindi, il passaggio ulteriore dal bolscevismo culturale al radicalismo di massa, l’ideologia che avrebbe coronato il suicidio della rivoluzione in un totalitarismo della dissoluzione.
E Caffeina cosa c’entrerebbe con tutto ciò? Elementare, signor Rossi: siete gli altoparlanti di ritorno di quell’egemonia di sinistra che si è saputa rifare un background al contrario della Destra. Caro Filippo Rossi, ti tocca ormai abbeverarti dalle rive sinistrorse, poiché la sorgente da cui provieni sembrerebbe esaurita da tempo.
Angelo Ciccarella
