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“Tatiana calunniata anche da morta”

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Tatiana Ceoban, la 36enne moldava scomparsa

Elena Ceoban, la figlia 13enne di Tania

Paolo Esposito

Paolo Esposito

Ala Ceoban

Ala Ceoban

Ala “come Caino”. Paolo che non esita “a spegnere la giovane vita di Elena” e poi quella di Tatiana.

Calca la mano la Corte d’Assise d’appello di Roma. A neanche un mese dalla sentenza di secondo grado, che ha confermato l’ergastolo per Paolo Esposito e comminato otto anni per favoreggiamento ad Ala Ceoban, i giudici hanno già depositato le motivazioni. 115 pagine firmate dal presidente Mario Lucio D’Andria e dal giudice a latere Giancarlo De Cataldo, depositate ieri e che ripercorrono l’intera storia processuale dei due imputati. A cominciare dall’antefatto che li ha trascinati in carcere e poi in tribunale: il 30 maggio 2009 spariscono Tatiana ed Elena Ceoban, madre e figlia moldave di 36 e 13 anni.

Tania – così la chiamavano amici e parenti – era sorella di Ala e convivente di Paolo. Ma i due cognati avevano una storia da anni. Relazione che è anche il movente del duplice omicidio, avvenuto nella villetta di Gradoli in cui Tania viveva con Paolo e le figlie.

In questo e in molto altro la sentenza d’appello si allinea a quella di primo grado. Sebbene la Corte d’Assise d’appello abbia confermato una sola delle condanne all’ergastolo inflitte in primo grado, i giudici romani condividono in larga misura la ricostruzione dei colleghi viterbesi, riportandone ampi stralci nelle loro motivazioni.

Solo su due punti prendono le distanze: la premeditazione del delitto e il ruolo di Ala Ceoban, che passa da concorrente nel reato a favoreggiatrice. Per la Corte, in pratica, visto anche il rapporto viscerale tra la coppia “non è implausibile immaginare che Esposito, dopo aver commesso i delitti, si sia rivolto ad Ala, sicuro del suo aiuto”. Ala non uccide, quindi, ma aiuta il suo amante a far sparire corpi e tracce. Stesse mansioni che le riconoscevano i giudici di primo grado, che aggiungevano, però, l’attenta pianificazione dell’omicidio. Un’ipotesi che, invece, non convince la Corte d’Assise d’appello.

“Per essere un delitto così lungamente premeditato – scrivono i giudici romani – esso appare troppo costellato di errori e ingenuità, che vanno dal mancato occultamento dei documenti (di Elena e Tatiana ndr.) alla disseminazione di tracce telefoniche che conducono all’individuazione di Ala, fino al fatto che la pulizia dei locali (la villetta di Gradoli, scena del delitto ndr.) lascia emergere tracce di sangue di Tatiana decisamente rivelatrici”.

Da qui l’ipotesi alternativa. “Un’esplosione di collera” di Esposito “indotta da un litigio” con Elena, a seguito del quale la sua figliastra 13enne muore. Lui, a quel punto, “non ha altra scelta se non quella di sopprimere anche Tatiana: la attende in casa e, dunque, la uccide”.

Il movente, osserva la Corte, “è unico, ma si sdoppia in due momenti: vi è sin dal 2007 l’intento di sbarazzarsi di Tatiana, ma nel 2009 la scoperta dei files pedopornografici ne rende necessaria l’attuazione”. Proprio quella scoperta, infatti, avrebbe permesso a Tatiana di vincere la battaglia al tribunale dei minori contro Paolo, per ottenere l’affidamento della figlia da lui avuta nel 2003. Eppure, per i giudici d’appello, “manca un passaggio-chiave: da nessun atto emerge che Esposito fosse venuto a conoscenza della devastante scoperta, da parte di Tatiana, di materiali così compromettenti”. Altro elemento che fa cadere la tesi del delitto premeditato.

La Corte d’Assise d’appello fa salve tutte le altre considerazioni dei giudici di Viterbo. Tania ed Elena sono state assassinate. La scena del delitto è la cucina della casa di Gradoli in cui Paolo, Tania e le figlie vivevano: la villetta di via Cannicelle 46. Non esistono scenari alternativi. Improbabile la fuga volontaria, l’omicidio-suicidio o un qualsiasi incidente capitato a madre e figlia. Né tantomeno regge l’ipotesi di un complotto di Tania contro Paolo, scomparsa da Gradoli con Elena solo per il gusto di fargliela pagare. I corpi non si trovano perché sono stati nascosti. E chi li ha nascosti aveva tutto l’interesse a farli sparire.

Alla “soppressione di due donne inermi e innocenti” Paolo e Ala hanno aggiunto maldicenze a non finire. Soprattutto su Tatiana. “Si è cercato di farla passare per mentalmente instabile, violenta, avida, astuta, calcolatrice. La si è calunniata anche da morta”. Anche per questo, conclude la Corte, “non vi sono spiragli per riconoscere agli imputati le attenuanti generiche”.

Stefania Moretti


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