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Una inaudita furia omicida

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L'imputato Giorgio De Vito

L'imputato Giorgio De Vito

L'avvocato Valentini

L'avvocato Enrico Valentini

La vittima, Marcella Rizzello

I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco

I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco

Le parti civili

Le parti civili

“Inaudita furia omicida”. “Crudeltà verso la vittima”. “Deliberato e fermo proposito di provocarne comunque la morte”.

Così scrivono i giudici di Viterbo, che hanno depositato le motivazioni dell’ergastolo a Giorgio De Vito.

34 pagine per illustrare il verdetto con cui, il 9 maggio scorso, la Corte d’Assise viterbese ha comminato il carcere a vita al 37enne napoletano, per aver ucciso la 30enne di Civita Castellana Marcella Rizzello.

L’omicidio avvenne il 3 febbraio 2010, nella villetta in cui la donna abitava con il compagno e la figlia. E proprio davanti alla figlia, che all’epoca aveva 13 mesi, furono sferrate alla vittima trenta coltellate in tutto il corpo, di cui solo le ultime due mortali.

Un’agonia “strumentale”, come si legge nelle motivazioni scritte a quattro mani dal presidente della Corte Maurizio Pacioni e dal giudice a latere Eugenio Turco. Il vero obiettivo di De Vito, per i giudici di primo grado, era la rapina. Ma, “ostacolato dalla presenza della vittima”, ha piegato le sue resistenze uccidendola. Per un duplice scopo: “garantire l’impunità… evitando che la povera donna potesse denunciarlo” e rubare preziosi, una macchinetta fotografica e altri oggetti.

Quattro, secondo le motivazioni della sentenza, gli elementi che inchiodano De Vito: il suo dna sulla scena del delitto; le sue impronte digitali nella villetta della vittima; il ritrovamento della macchina fotografica rubata, in casa della madre dell’imputato e, infine, le sue dichiarazioni, ritenute “palesemente inattendibili”.

I giudici parlano di “plurimi e concordanti elementi di prova”. Escludono alterazioni della scena del delitto. E, quanto alla mancata reazione del cane di Marcella, che, malgrado aggressivo e pericoloso, non ha abbaiato all’arrivo dell’omicida, per la Corte è un dettaglio insussistente, che non può “scalfire i profili di responsabilità a carico di De Vito”.

Oltre a essere perfettamente sano di mente, per i giudici viterbesi, il 37enne napoletano “ha espresso una spiccata forza criminale”, “un carattere violento verso terze persone e testimoni”. “Ha avuto un comportamento processuale assolutamente negativo – continuano le motivazioni della Corte – concretatosi in ripetute dichiarazioni di disprezzo, rivolte in dibattimento dapprima verso il pm e poi verso le stesse parti civili”.

Per tutto questo, De Vito è stato condannato all’ergastolo con le accuse di omicidio e rapina. Con le aggravanti delle sevizie e della crudeltà. Non tanto per il numero di colpi inferti alla donna che, nell'”evidente divario di forze”, cercava di proteggersi. Quanto per il fatto di averla uccisa sotto gli occhi della figlia, abbassandole, poi, i pantaloni per metterle una bottiglia tra le gambe. “Indice sicuro – scrivono i giudici – dell’indole particolarmente malvagia dell’imputato e della sua insensibilità a ogni richiamo umanitario”.

La parola passa, ora, alla difesa, che, lette le motivazioni, preparerà il ricorso in appello. L’avvocato Enrico Valentini lo annunciò fin dal giorno della sentenza.

Per impugnare ha tempo fino a fine ottobre.

Stefania Moretti


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