![]() Alfonso Antoniozzi |
– Spigolando tra i commenti al mio precedente alambicco vedo che un lettore mi domanda e si domanda chi sia il responsabile della politica culturale di una città e dunque a chi spetti dare un’impronta decisa all’offerta che ogni anno si dipana sotto gli occhi dei cittadini.
E’ una domanda interessante. Peccato che io non possa rispondere senza tema di smentita, perché i meccanismi che si muovono all’interno delle amministrazioni pubbliche mi sono completamente sconosciuti, e se la fortuna mi assiste continueranno a restarmi ignoti fino alla bara.
Posso però azzardare un’ipotesi e raccontare al lettore chi, secondo me, dovrebbe esserlo, sperando di far centro: nel caso sbagliassi, chi di dovere è pregato di correggermi e impareremo tutti qualcosa di nuovo.
A parere mio, i responsabili della politica culturale di un’amministrazione dovrebbero essere almeno tre: l’assessore alla cultura, il dirigente delegato alla cultura e ovviamente il sindaco.
L’assessore alla cultura e il sindaco, facendo presumibilmente parte della stessa compagine politica, dovrebbero per conseguenza avere una idea coerente e condivisa su come gestire i fondi destinati alla cultura e su quale impronta culturale dare al loro mandato istituzionale. Il sindaco però fa il sindaco e non lo zar, e non potendo certo occuparsi di tutto personalmente delega l’affaire cultura all’assessore alla cultura e al suo assessorato.
Per come la vedo io, esistono almeno un paio di modi per gestire la faccenda. Il primo modo possiamo chiamarlo “da illuminato”.
Questi, tenuto conto dei fondi stanziati e delle forze a sue disposizione (leggi, nel caso di una città, gli operatori culturali presenti sul territorio) crea una sinergia tra le varie disponibilità armonizzando l’offerta e scaltramente affiancando operazioni di cassetta (il cui sbigliettamento finanzierà ulteriormente le casse) ad operazioni di nicchia organizza un cartellone di spettacoli, mostre, rassegne cinematografiche e via discorrendo.
Se dotato anch’esso di un certo bagaglio culturale, l’impresario illuminato cura anche di dare agli eventi un filo conduttore, e magari si propone anche un obiettivo finale nella scelta delle proposte da mettere in cartellone e alla luce di questo obiettivo emana un bando dettagliato invitando chiunque si senta in grado di assolvere agli obblighi del bando in questione a presentare le proprie idee.
Se poi la città fosse particolarmente fortunata, il nostro non mancherà di sostenere il teatro ragazzi in quanto fucina di talenti e di futuro pubblico il teatro integrato (ossia quel teatro che lavora con qualsiasi forma di disagio sociale o fisico) che, accoppiando spettacolo a volontariato, fa miracoli di integrazione, e la formazione di nuove professionalità.
Perché l’illuminato sa bene che la cultura non è solo divertire (dal latino “divertere”, ossia “distogliere lo sguardo”).
Poi c’è il secondo modo, che chiamerò “da casalingo sciatto”, ossia uno che trova il frigo vuoto, sa da tempo che arriveranno venti persone a cena, arriva il gran giorno, oddìo oddìo, e mo’ come se fa, corre al supermercato ma lo trova chiuso, chiede il sale alla vicina, chiama un amico che gli dia una mano e che accorre con quello che ha, quello che non ha lo prende in rosticceria pagandolo il triplo e in quattro e quattr’otto srotola sul tavolo una cena che riempirà anche lo stomaco ma certo non è memorabile.
In campo culturale questo atteggiamento si attua come segue: il casalingo sa che deve mettere insieme una rassegna e non sa da dove cominciare, quindi si rivolge a chi fa l’organizzatore di eventi per mestiere. Quest’ultimo gli da quello che ha, il più delle volte infilando un paio di nomi di richiamo in mezzo a improponibile “sufaja” spacciata per gioielleria.
Il casalingo è grato all’organizzatore che gli ha salvato evento e faccia e l’organizzatore gongola perché si è assicurato almeno altre due o tre commesse future. Nei casi più nefasti ha un doppio motivo per gongolare, perché magari ha pure gonfiato il prezzo di qualche spettacolo, tanto sa benissimo che il casalingo è sciatto, a fare la spesa personalmente non ci va mai e non ha idea di quali siano i reali valori di mercato.
Resta la figura, perpetua come un’indulgenza dell’anno santo, del dirigente delegato alla cultura. Indipendente dall’avvicendarsi delle giunte perché alle dipendenze del comune, questi ha il compito di coordinare le scelte dell’assessore e del sindaco di turno e, se particolarmente avveduto, riesce anche col tempo a trasformare uno sciatto in illuminato.
Per fare un paragone con i teatri d’opera, ossia una realtà che conosco bene, immagino che il dirigente delegato alla cultura sia come il segretario generale di una fondazione. Il segretario generale conosce ogni angolo del suo teatro e ogni realtà che vi lavora come le sue tasche, quindi se ha passione per il suo lavoro tutto va a gonfie vele, e certe scelte rovinose dei sovrintendenti e dei direttori artistici che si avvicendano vengono repentinamente sventate, come pure vengono valorizzate quelle di sovrintendenti e direttori artistici virtuosi.
Qualora invece il segretario generale fosse uno che tira la paga al mese, allora i vertici operano indisturbati secondo le loro inclinazioni, senza ostacoli o collaborazioni di sorta.
Caro lettore, questa è la mia risposta. Fermo restando che, come ho premesso, non so nulla di certo e potrei anche aver scritto un alambicco interamente di fantasia.
Magari sarebbe interessante che le risponda anche qualcuno che è all’interno del meccanismo amministrativo: la sua domanda precisa, lo ricordo ai lettori, era “Chi è che stabilisce l’offerta culturale e chi la deve erogare? Quali sono i parametri di selezione? Chi può diventare erogatore di cultura?”
Tante care cose, e buona estate.
Alfonso Antoniozzi
