– Il decreto del governo (n. 95/2012), noto con il nome di spending review, tra le altre cose prevede la soppressione e l’accorpamento delle Province, poi diventato “riordino delle Province” in chiusura dei lavori parlamentari.
Il dato di fatto è che le Province, come le abbiamo conosciute fino ad oggi, non ci saranno più. Né quelle che rientrano nei parametri numerici (2500 chilometri quadrati e 350mila abitanti), né quelle che non ci rientrano.
Tutti sono, e siamo, chiamati a misurarci con un nuovo modo di intendere e praticare il governo locale.
D’altro canto l’esigenza di riformare le istituzioni italiane è urgente da molto tempo e, a questo punto, davvero non è più possibile tirarsi indietro dalla sfida del cambiamento.
L’apparato istituzionale italiano, al centro come in periferia, è troppo pesante, è molto costoso e spesso risulta farraginoso con la conseguenza di produrre inefficienze.
So bene che la pubblica amministrazione nel nostro paese è anche qualità, capacità, competenza ed efficienza. Ma non si può non vedere che il nostro sistema, nella sostanza, non regge più e richiede un grosso lavoro di ammodernamento, proprio per valorizzare il merito, le capacità e le eccellenze.
Ciò che conta, secondo me, è partire nel modo giusto; cioè partire dai cittadini.
La riorganizzazione dei poteri, infatti, non può essere finalizzata ad un nuovo equilibrio interno ai poteri della Repubblica ma ad offrire ai cittadini, alle comunità e alle imprese servizi e prodotti migliori, di maggiore qualita e ad un prezzo equo.
Bisogna mettere al centro della riforma il cittadino, il suo bisogno di regole, di semplicità, di partecipazione.
Questo per me significa ragionare dei confini della nuova area vasta.
Non semplicemente con chi ci alleiamo e con chi non ci alleiamo, ma qual è l’ambito giusto nel quale trovano risposta servizi migliori al cittadino e alle imprese e un più serio equilibrio (nelle opportunità di sviluppo) con l’area metropolitana di Roma.
In questo senso io credo che il passaggio principale sia quello di guardare al nord del Lazio nel suo insieme, e specificatamente alle attuali province di Viterbo e di Rieti.
Si tratta di un ambito di circa 500mila abitanti, al cui interno vivono due poli industriali significativi (Civita Castellana e Rieti), in cui esiste un polo universitario (Università della Tuscia), un territorio che si estende dal mare alla montagna nel quale insiste uno straordinario patrimonio culturale e ambientale. Questa area può essere attrattiva per Civitavecchia, non la sola provincia di Viterbo.
Ora, affinché questo possa avvenire è necessario che nelle prossime settimane la discussione locale e regionale porti a chiarire alcuni aspetti essenziali:
1) Una chiara definizione delle funzioni delle nuove Province, quelle di indirizzo e coordinamento e quelle di gestione dei servizi di area vasta, distinguendo nel modo più netto possibile quelle che spettano al Comune singolo e quelle che possono essere esercitate nella sede unitaria;
2) Chiarire le possibilità che spettano alla Regione di integrare le funzioni provinciali fondamentali con altre da essa delegate, sulla base del suo specifico rapporto con gli enti locali;
3) All’interno delle nuove Province bisognerà spingere affinché avvengano processi di associazione fra comuni e gestione associata dei servizi, sia perchè questo aiuta la razionalizzazione complessiva, e sia perché i Comuni dovranno prepararsi a gestire una parte delle attuali competenze delle Province;
4) Spingere affinchè la Regione si specializzi e si concentri nel fare le leggi, piani e programmi, controlli sui risultati e sulla coerenza delle scelte locali e riduca drasticamente l’attività di gestione per delegarla agli enti locali.
Accanto a questi aspetti è importante un’altra considerazione che riguarda il sistema di elezione delle nuove Province. Ebbene non saranno più i cittadini ad eleggere direttamente il presidente e il consiglio provinciale. Saranno i sindaci e i consigli comunali, nell’ambito di riferimento, ad eleggere i nuovi organismi.
Non è una differenza di poco conto.
Sarà più forte il peso dei sindaci, che però sempre di più dovranno pensare e agire nella logica dell’area vasta, e sarà più forte il peso dei partiti per costruire intese e alleanze nel nuovo ambito provinciale.
Questo è un punto essenziale.
Perché se da un lato in questo modo somiglieremo di più ad altri paesi europei (i dipartimenti in Francia e le deputazioni in Spagna per esempio), dall’altro si sta modificando sostanzialmente un livello della partecipazione democratica nel nostro paese.
Affinché questo non resti soltanto un vulnus è indispensabile che questa fase di discussione e di costruzione sia la più aperta e partecipata possibile; così come i nuovi Enti, una volta in funzione, dovranno dotarsi di strumenti permanenti di consultazione e di coinvolgimento dei cittadini e dei territori.
A mio modo di vedere la cosa più utile che si possa fare è accettare la sfida del cambiamento e dell’innovazione ed evitare conservatorismi inconcludenti.
Perchè soltanto pensando in avanti riusciremo a salvaguardare l’immenso patrimonio che “questa” Provincia di Viterbo ha rappresentato e rappresenta.
D’altro canto se è vero che le Province così come le conosciamo non ci saranno più, è altrettanto vero che non sparirà la Tuscia, non sparirà il Viterbese. Starà a noi, starà ai viterbesi, decidere come investire e far pesare la forza di queste terre.
Alessandro Mazzoli
