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Bambini disabili abbandonati a scuola

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Ritorno a scuola

Riceviamo e pubblichiamo – Ancora una volta scrivo per lanciare l’allarme.

Settembre, scuole riaperte e nella Tuscia nuove carenze: bambini disabili che trascorrono ore e ore a scuola senza un alcun supporto; le ore di sostegno e quelle di assistenza sono state ridotte.

E noi tecnici (neuropsichiatri infantili e personale sanitario dei servizi pubblici e accreditati,) ci ritroviamo ad affrontare con dirigenti scolastici, personale docente ed assistenti sociali dei comuni i Glhi, gruppi di lavoro per l’handicap istituzionali, in cui dobbiamo “ripartire” le ore di sostegno (indicate dall’ufficio scolastico regionale) e di assistenza specialistica (fornite dai comuni) assegnate ad ogni plesso scolastico per il nuovo anno. Ore che non coincidono mai con quelle che abbiamo richiesto avendo in mente le esigenze di ogni singolo bambino con disabilità.

L’immagine più evocativa è quella di un padre e di una madre che devono dividere un tozzo di pane tra i propri figli ed hanno solo quello: dare di più al bambino gracilino, per il quale il cibo è vita, o a quello più forte che potrebbe usare le sue riserve, ma che senza il cibo continuerà ad avere fame? O ripartire in parti uguali senza pensare ai bisogni individuali?

Ogni volta che termina un Glhi vado via con questi pensieri e porto con me la rabbia dei docenti, quella delle famiglie e quella di noi sanitari che ci occupiamo di riabilitazione, investiti di un ruolo che scuote il nostro senso morale, la nostra etica professionale ma che tanto stride con i bisogni di tutti nostri bambini.

Ci sono genitori che si espongono, avviano azioni legali ma ci sono genitori che hanno meno strumenti e subiscono gli eventi.

Ci sono docenti di classe che possono gestire un bambino disabile senza supporto, ma altri che sono impossibilitati (classi numerose, con bambini problematici o con esigenze specifiche, assenza di copresenza etc.).

Ci sono soprattutto bambini, alcuni dei quali non hanno nemmeno la voce per esprimere il forte senso di solitudine che provano, la sensazione di non avere riferimenti, la percezione di essere altro rispetto ai propri pari: “i miei primi giorni di scuola”.

Secondo qualcuno tutto ciò nell’Italia dell’integrazione.

Morena Tafuro


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