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Ha ancora senso la Regione Lazio?

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Valerio De Nardo</p>

– La vicenda della gestione da parte del consigliere regionale Franco Fiorito dei fondi assegnati al gruppo Pdl alla Pisana seguirà una sua strada giudiziaria e mediatica, che avremo modo di osservare. Da essa scaturiscono però qualche considerazione morale, un po’ di valutazioni politiche e magari qualche conclusione istituzionale.

Da quel che se ne sa, lascia piuttosto sconcertati il fatto che persone investite dalla volontà popolare possano prendere in considerazione prima ancora che concretamente attuare, una tale gestione di risorse pubbliche, nella quale ogni spesa appare giustificabile, in una mozartiana atmosfera da “così fan tutte”.

Ho scritto altre volte che mi sento avversario del movimento 5 stelle di Beppe Grillo, trovando non condivisibili alcune loro proposte di fondo. Ma capisco che il messaggio, chiaro e semplice, da loro provieniente trovi fin troppo facile ascolto nella platea dei cittadini/elettori dinanzi ad un tale spettacolo di un ceto politico tanto vorace quanto improduttivo.

E sì, perché se guardiamo proprio alla Regione Lazio, vediamo come la sua principale funzione, quella legislativa, sia così striminzita da ridursi al lumicino. Tanto da portare facilmente le persone a chiedersi se il gioco democratico valga la candela, tanto da legittimare le peggiori spinte populistiche. L’antipolitica è figlia di questa politica.

Siamo nel pieno di una crisi che non è soltanto economica, occupazionale, della finanza pubblica, bensì è anche etica e democratica. Siamo in un gorgo così intenso e profondo che dobbiamo avere la capacità di tirarci fuori insieme, con forza, solidarietà e con lo sguardo rivolto lontano.

Per me lo sguardo va rivolto agli Stati uniti d’Europa, rilanciando sul piano continentale la domanda di democrazia, dotando di poteri legislativi il parlamento di Strasburgo ed eleggendo a suffragio universale il presidente dell’Unione.

Il rafforzamento del federalismo europeo potrebbe avere conseguenze nei territori. Anche per questo con il riordino avviato delle autonomie locali, nel nord Italia ha ripreso quota l’idea della macroregione. D’altronde se si riduce il numero delle province non si comprende perché quello delle regioni debba rimanere inalterato. Nel “pacchetto” di riforme costituzionali che la prossima legislatura dovrà affrontare i partiti dovrebbero avere la forza e la lungimiranza di mettere mano anche all’articolo 131 della Carta, il quale elenca le regioni costituite.

In questo contesto ritengo legittime le domande, che circolano da tempo, se abbia ancora senso avere una regione Lazio o se non abbia più senso dotare di poteri speciali la città metropolitana di Roma, e fare sì che gli altri territori guardino alla integrazione con le regioni alle quali sono più affini: Umbria e Toscana per quanto riguarda la Tuscia.

Tralascio in questa sede gli argomenti di ordine economico, culturale, ambientale, infrastrutturale, sociale (basti pensare alla rete ospedaliera e dell’assistenza sanitaria) che renderebbero razionale, se non “naturale” una soluzione di tal genere. Per ora penso sufficiente proporre una suggestione, che, ripeto, non ha nulla di originale e da tempo è presente nelle discussioni più avanzate e prive di pregiudizi.

Anche se, in fondo, sono pessimista circa la sua praticabilità: il gattopardismo preferisce “ammuina”, far finta che tutto stia cambiando, ma solamente perché nulla davvero cambi.

Valerio De Nardo


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