– Renata Polverini soffre di amnesie. Altrimenti non si spiegherebbe come ha potuto ripetere, per due volte in un giorno, la stessa castroneria.
“Questa giunta non ha avuto comportamenti immorali”, ha dichiarato martedì ai microfoni di Sky Tg24. “E’ pulita, non raggiunta da nessun procedimento giudiziario”, ha rincarato la dose qualche ora dopo a Ballarò. Il problema è che quello che dice la governatrice non è vero.
Quando si infervora sulla trasparenza della sua giunta, la presidente dimissionaria della Regione Lazio dimentica una macchiolina piccola piccola: l’inchiesta aperta su Angela Birindelli, assessore regionale all’Agricoltura, per concorso in tentata estorsione e corruzione. Una torbida vicenda di macchine del fango e giornali usati come manganelli, che inizia a Viterbo. Terra di nessuno, dove quasi niente fa notizia. Meno che mai un’assessora regionale inquisita.
L’iscrizione nel registro degli indagati non è di ieri, ma di sei mesi fa. Il caso ha avuto tutto il tempo di essere appreso, divulgato, metabolizzato. Ma niente di tutto questo è avvenuto. Solo qualche giornale nazionale ha trattato la vicenda occasionalmente. Gli altri non se ne sono quasi accorti. Merito anche della tempestività dell’Ansa, che ha impiegato due giorni per dare la notizia. Viene da dire meglio tardi che mai, ma anche chi s’accontenta gode, dato che su altri fatti, come l’indagine per corruzione sull’ex sindaco di Civitavecchia Gianni Moscherini, la più grande agenzia di stampa italiana sembra aver taciuto del tutto.
Improbabile che lo scandalo dei conti senza fondo del gruppo regionale Pdl abbia accorciato la memoria alla Polverini, che dovrebbe averla davvero corta se non ricorda nemmeno che il 7 giugno, nell’ambito dell’inchiesta Birindelli, fu ascoltata a Viterbo dal pm Massimiliano Siddi. Il confronto durò due ore.
Il Corriere della sera gli dedicò appena un trafiletto, mentre il registro degli indagati arrivava a contenere almeno nove nomi. Nel calderone finivano il Psr, lo stand del Lazio al Vinitaly e la campagna stampa contro il nemico numero uno della Birindelli: quel Francesco Battistoni le cui dimissioni venivano invocate da ogni parte, fino a qualche giorno fa. Come se solo lui potesse risollevare le sorti di una Regione in caduta libera, che, infatti, è caduta lo stesso, anche senza l’ex capogruppo Pdl.
Eh no, cara presidente. La sua giunta non è scevra da problemi giudiziari. Né tantomeno è esente da procedimenti e indagini. Ma sulla sua Birindelli lei ha chiuso un occhio ed è andata avanti dritta come una spada. Senza mai parlare di dimissioni e rifiutando quelle della sua assessora. Senza ultimatum e consigli straordinari. Non si è mossa una foglia.
Anche se qualche problema forse c’era.
Gli inquirenti indagano sui cento milioni di euro alle aziende nel piano di sostegno all’agricoltura. Sull’allestimento del padiglione Lazio al Vinitaly, per un altro milione e mezzo di euro. Tra le carte dell’inchiesta c’è un parere legale costato 15mila euro che avrebbero potuto sicuramente essere risparmiati. E poi 18mila euro per pubblicizzare le iniziative dell’assessorato su un giornale di provincia a bassa tiratura. E’ tutto al vaglio della magistratura, certo. Tutti innocenti fino a prova contraria, ovviamente. Ma dire che la sua giunta non è stata “mai raggiunta da nessun procedimento giudiziario”, appare quanto meno kafkiano.
Birindelli è indagata anche se nessuno lo vede. Ed è oltremodo scorretto, presidente, che lei cerchi di nasconderlo con uscite come quelle dell’altro ieri.
E’ comprensibile l’intenzione di salvare il salvabile, ma non nascondendo la realtà, dalla poltrona di un programma televisivo. Gli italiani sono già stati presi in giro abbastanza, non crede?
Se lo lasci dire: non si sforzi, cara Polverini, perché non c’è più niente da salvare. La nave è bella che affondata. Lo scandalo di una Regione tarlata dagli sprechi ha tolto a lei e al suo entourage ogni credibilità.
Aggiungere altro è come sparare sulla croce rossa.
Stefania Moretti

