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– “Non ho picchiato mio figlio”.
La donna accusata di aver massacrato il suo bambino si difende.
V.U.A., nigeriana di circa cinquant’anni, è comparsa ieri mattina davanti al gup del tribunale di Viterbo Francesco Rigato.
L’udienza preliminare è iniziata ieri, ma i fatti sono del 2 febbraio 2010. La signora, che percorreva la Tuscanese in auto con il figlio, avrebbe accostato su richiesta del piccolo, per fargli fare pipì. Il piccolo, originario del Burkina Faso, all’epoca aveva cinque anni.
Nel giro di pochi minuti, una volante che pattugliava la zona trovò il piccolo riverso a terra in una pozza di sangue, col volto tumefatto e una ferita profonda dalla fronte alla nuca.
Il piccolo mimò le presunte percosse subite su un orsacchiotto, facendo capire all’interprete che traduceva dal dialetto del Burkina Faso, di essere stato picchiato dopo una marachella. In seguito, all’incidente probatorio, il bimbo fu dichiarato inattendibile. Ma la sua prima testimonianza fu determinante per far scattare le manette ai polsi della donna, accusata di tentato omicidio volontario aggravato. Solo a dicembre, dopo dieci mesi di carcere, la donna ha lasciato il penitenziario femminile di Rebibbia.
Altro particolare importante che emerse dall’incidente probatorio fu il ritrovamento del sangue del piccolo sulla macchina di un passante che si sarebbe offerto di dare una mano alla signora. Secondo la relazione dei periti, il piccolo non fu colpito da un corpo contundente, ma da un oggetto lungo e piatto come il cofano di una macchina. “Un colpo secco e violento come un frontale con un’auto”, avrebbe scritto il perito Vittorio Fineschi.
Assistita dagli avvocati Alessandra Zena e Fabio Federico, V.U.A. ha chiesto il rito abbreviato. Prossima udienza a marzo per la discussione, quando pm e avvocati, compreso il curatore che rappresenta in giudizio il bambino, presenteranno le loro richieste.



