– Se si confermano le indicazioni già fissate dal governo per i provvedimenti di spending review, le regioni dovranno decidere entro il 30 settembre come riordinare le province rispettando i parametri stabiliti di 350mila abitanti e 2500 mq di estensione.
I tempi sono strettissimi e non consentono voli pindarici, ovvero stravolgimenti territoriali; ciò significa che le regioni brandiranno i pennarelli e le calcolatrici piuttosto che i libri di storia o i dati socioeconomici dell’Istat. E’ un’infamia, ma prepariamoci a subirne le conseguenze.
Allora, alcuni punti vanno chiariti.
Primo punto: l’utilità delle province. Chi pensa che sia utile abolirle perché riproducono solo centri di potere, ragiona in modo populistico. Le province sono enti di programmazione territoriale e di rappresentanza democratica che accorciano la distanza fra il cittadino e il potere centrale: certo, vanno interpretate più in senso tecnico che politico, ma rinunciare ad esse per il gusto di togliere la poltrona a qualche politicante è un proposito perdente.
Secondo punto: il concetto di area vasta. L’area vasta è uno strumento di pianificazione che riaggrega territori omogenei artificiosamente divisi da confini amministrativi. E’ inapplicabile nel Lazio: ad esempio, Viterbo e Rieti non costituiscono né costituirebbero ciò che tecnicamente si intende per area vasta; Livorno e Grosseto, unite dalla maremma toscana, sì.
Terzo punto: Viterbo con Orvieto. E’ un discorso di riassetto dei confini regionali che non è nei piani del governo, possiamo chiudere qui il discorso.
Quarto punto. L’area metropolitana di Roma. Corrisponderà all’attuale provincia di Roma, 4 milioni e mezzo di abitanti, di cui tre quarti concentrati sulla Capitale. Non è come le altre aree metropolitane, perché una qualsiasi circoscrizione di Roma – almeno trecentomila abitanti – è tre volte più popolosa del più grande capoluogo di provincia laziale (Latina). Per le altre aree metropolitane italiane questo squilibrio è molto più contenuto. C’è quindi da aspettarsi che l’Area metropolitana di Roma non solo spadroneggi sul piano amministrativo, economico e politico nei confronti dei piccoli centri che conterrà, ma anche nei confronti delle altre province laziali.
Quinto punto. Quali province? Una soluzione a metà. L’unica provincia laziale che rispetta i parametri è quella di Frosinone. A Viterbo mancano 30mila abitanti, a Latina 250 kmq, Rieti è proprio fuori, gli mancano 190mila abitanti. Assegnando un qualsiasi piccolo centro attualmente in provincia di Roma a Latina, per la provincia pontina il gioco è fatto. Per Viterbo, l’unione con Civitavecchia, Allumiere e Tolfa (quasi settantamila abitanti in più) sarebbe auspicabile per motivi storici, territoriali, economici e infrastrutturali. Ma resterebbe inevaso il problema Rieti.
Sesto punto. Le soluzioni “facili”. Se la Regione vuole minimizzare le complicazioni amministrative e i movimenti territoriali, unirà Latina a Frosinone e Rieti a Viterbo. Due soluzioni orribili sul piano della pianificazione territoriale, ma facili su quello politico. Al più, potrebbe salvare con un facile giochetto di pennarello Latina, ma Viterbo e Rieti andrebbero ugualmente unite. Così, l’unico processo di riunificazione praticato nel Lazio farebbe perdere l’identità e l’unicità provinciale sia a Viterbo che a Rieti.
Settimo punto. La “fuga” da Roma. Molti piccoli comuni, specie quelli più distanti da Roma, vorrebbero sottrarsi all’Area metropolitana: chi per tema di diventare la prossima discarica della metropoli, chi per mantenere la propria identità, chi per scoprire nuove possibilità di sviluppo. Ad esempio, Allumiere e Tolfa gradirebbero passare nella provincia di Viterbo, mentre a Civitavecchia c’è un movimento popolare che sta operando nella stessa direzione, auspicando la realizzazione di una grande provincia settentrionale, chiamata Tuscia.
Ottavo punto. Che fare. Devono muoversi le istituzioni, Provincia di Viterbo, Comune di Civitavecchia, ecc., per rappresentare a livello istituzionale, cioè regionale, le istanze del territorio. Devono attivarsi le associazioni di base per promuovere eventuali referendum, non tanto entro il 30 settembre, che è irrealistico, ma almeno subito dopo, per modificare gli assetti territoriali definiti qualora risultassero insoddisfacenti.
Numerose province italiane hanno fatto ricorso al Tar: potrebbe essere conveniente fare altrettanto. Altre province si stanno già accordando autonomamente per scambiarsi territori e portare il fatto compiuto alle Regioni: potrebbe essere un’altra possibilità, ad esempio per unire Viterbo e Civitavecchia con un patto istituzionale prima ancora che la Regione decida.
Nono punto. Un’ipotesi possibile, e realistica: Viterbo, Rieti, Civitavecchia con il suo comprensorio tolfetano. Se Rieti non potrà fare a meno di Viterbo, si può ipotizzare una “provincia dell’Alto Lazio”, o una “provincia della Tuscia e Sabina”: non proprio una unione perfetta, ma certo un territorio forte, articolato, all’avanguardia sul piano socioeconomico, culturale e infrastrutturale, capace di fronteggiare l’Area metropolitana di Roma. Ma attenzione: senza Civitavecchia, Viterbo e Rieti sarebbero una coppietta sperduta e raccogliticcia, mentre Civitavecchia scomparirebbe nel marasma dell’Area metropolitana, che è interessata soltanto al suo porto.
Francesco Mattioli
