– Giulio Marini, se a fine mese sarà ancora sindaco di Viterbo, rinunciando ai vantaggi della rinuncia a palazzo dei Priori per tornare a Montecitorio o a Palazzo Madama, dove già fu alloggiato, parteciperà alla riunione del Consiglio delle autonomie locali del Lazio, l’organo istituzionale cui è stato affidato dal parlamento il compito di ridisegnare, dal punto di vista amministrativo, il territorio regionale e, conseguentemente, il futuro di quell’area che dal 1927 si chiama provincia di Viterbo.
Marini è, infatti, membro di diritto di quel consesso, come lo è il presidente della provincia Marcello Meroi, un diritto naturalmente non ad personam, ma che deriva loro dagli incarichi di sindaco del capoluogo e di presidente a Palazzo Gentili.
Quindi, parteciperanno in nome e per conto delle comunità che li hanno eletti e potranno, di conseguenza, parlare solo in base alle delibere che gli organi consiliari – pur essi elettivi – avranno preso, sentiti, naturalmente i sindaci (e i rispettivi consigli) dei 60 comuni della Tuscia, le espressioni dell’economia, della cultura, del terzo settore, insomma dei cittadini, e, chissà, anche dell’Università (se crede nella sua vocazione pure territoriale), rappresentata dalla Conferenza dei rettori.
In estate, il 12 di agosto, Fioroni la sua proposta l’ha fatta; l’ex presidente della Provincia, Alessandro Mazzoli, ha poi (il 20) indicato alla discussione pubblica (sollecitata anche dal segretario Pd Andrea Egidi) quattro aspetti propedeutici; il professor Francesco Mattioli, docente universitario – ma a Roma – è ripetutamente intervenuto e di recente (il 6 di questo mese) ha articolato in nove punti l’approfondimento necessario.
Siamo a metà settembre e, ormai, i tempi per un dibattito vasto – come l’importanza della questione richiede – non pare siano sufficienti.
Allora Giulio Marini e Marcello Meroi –con gli altri due membri viterbesi del Cal, Catanesi e Petroni – cosa diranno? Con chi si sono confrontati, cioè, con chi ne hanno parlato?
Da chi hanno ricevuto un mandato specifico?
Tusciaweb richiama da tempo l’attenzione sul problema, ma alla maggior parte dei politici, senatori, deputati, consiglieri regionali, sindaci, eccetera, della questione poco importa.
In casi del genere, quel bon vivant del poeta latino Catullo, se fosse stato in loro, avrebbe detto “Nihil nimium studeo”, che, tradotto, significa “ non me ne potrebbe “fregare” di meno”.
Fosse davvero così, il cittadino che non fa il politico di mestiere, potrebbe continuare col poeta
“Non mi potrebbe interessare di meno di te, o Cesare (o politico), nè se sei bianco né se sei nero”.
In Italia ormai in tanti la pensano così.
Hanno torto?
Renzo Trappolini
