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“Di sole tasse si muore”

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Federlazio Viterbo

Adduci, Crea e Orsolini

Rino Orsolini

Rino Orsolini

Giuseppe Crea

Giuseppe Crea

Mario Adduci

Mario Adduci

– “Di sole tasse si muore”.

E’ il monito del presidente di Federlazio Viterbo Rino Orsolini, alla presentazione dei dati raccolti nell’indagine congiunturale sulle piccole e medie imprese nel primo semestre 2012.

Ripresa ancora lontana e strada in salita. Federlazio fotografa una Tuscia che fa fatica a tenersi in piedi.

“Visti con gli occhi dei piccoli e medi imprenditori del Viterbese, gli effetti devastanti della crisi economica emergono con evidenza – ha detto il direttore Giuseppe Crea -. L’indagine ha coinvolto 350 piccole e medie imprese associate, su un totale di 38.237 aziende registrate, di cui 34.210 attive.

Viterbo, nel primi sei mesi del 2012, è la penultima provincia del Lazio per tasso di crescita delle imprese con uno 0,47%, seguita solo da Frosinone con lo 0,24%, e con un tasso di mortalità dell’1,38%. Aumentano le imprese che denunciano giudizi negativi relativamente alla produzione. Raddoppiato il numero di quelle che hanno rilevato un calo del volume degli ordinativi: il 73,3% contro il 40% del precedente semestre”.

Particolarmente grave è la situazione relativa al fatturato.

“Scende – ha detto Crea – dal 40 % al 13,3% la percentuale di intervistati che hanno registrato aumenti; mentre è quasi raddoppiata, dal 40% al 73,3%, la percentuale di imprese con problemi di diminuzione del fatturato. Sul mercato nazionale scende drasticamente dal 33,3% al 5,9% il numero di coloro che hanno registrato aumenti e, dal precedente 16,7%, si impenna al 70,6% la percentuale di imprese che dichiara una diminuzione di fatturato”.

“E’ stato anche chiesto – ha spiegato  Mario Adduci – alle imprese del campione intervistato se nel primo semestre 2012 si fossero avvalse della cassa integrazione: il 18,5% delle imprese ha risposto di aver richiesto l’attivazione della procedura”.

A dare speranza però, sono gli stessi imprenditori, che, nonostante l’insufficienza delle domanda, delle risorse finanziarie e i vari ritardi nei pagamenti sia da privati che dalla pubbliche amministrazioni, dichiarano di aver effettuato investimenti per il 41,2% delle aziende.

“La pressione fiscale – ha concluso Rino Orsolini – è asfissiante. Le aziende non ce la fanno più. Accettiamo pure austerità e rigore, ma non ci sono misure per la crescita. Inoltre, non c’è liquidità e le banche non emettono finanziamenti.

Fare l’imprenditore in Italia è difficilissimo. Ma da imprenditore voglio vedere il bicchiere mezzo pieno, anziché mezzo vuoto. Noi crediamo nelle nostre imprese, e ciò è dimostrato dal fatto che non abbiamo smesso di investire sulle nostre attività.

Ma la politica – ha concluso Orsolini – a questo punto, deve dare segnali di figucia agli imprenditori”.

Emma Sanna

 


Relazione del presidente di Federlazio Rino Orsolini

La situazione di grave crisi ancora in atto nel sistema economico e finanziario internazionale ha reso ancora più marcati quei segnali di recessione, a più riprese evidenziati dalla nostra Associazione, che continuano a gravare sull’intero tessuto produttivo di questo territorio.

Nel commentare i risultati dell’ultima indagine congiunturale della Federlazio avremmo voluto poter dire che il nostro sistema economico-produttivo stava in qualche modo cominciando a reagire alle dolorose cure governative a cui è stato sottoposto dall’autunno dello scorso anno.

Purtroppo le risposte dei tanti piccoli e medi imprenditori interpellati non solo non ci consentono di affermare tutto questo, ma nemmeno di sperarlo per il breve periodo.

I dati della nostra indagine parlano di un ulteriore peggioramento dei livelli di ordinativi, fatturato e produzione, con inevitabili riflessi negativi sull’andamento dell’occupazione.

Con una domanda interna soffocata l’unica speranza per le nostre imprese resta l’export, ma la ricerca ci mostra come nessuno degli operatori intervistati, lo 0%, ha dichiarato un aumento degli ordini provenienti dai mercati dell’Unione Europea; analogamente si assiste ad una flessione dei volumi di affari registrati nell’area extra UE.

La crisi economica continua, dunque, a mettere a dura prova le PMI non solo di questa provincia, provate da oltre un triennio di difficoltà insormontabili, e ormai in apnea di liquidità aziendale per la chiusura del rubinetto del credito e per i proverbiali ritardi dei pagamenti della Pubblica Amministrazione, a cui si sono via via aggiunti anche quelli da parte dei clienti privati.

E’ significativa la risposta data dalla stragrande maggioranza del campione di imprenditori oggetto dell’indagine congiunturale, alla domanda su quale fosse l’affermazione più giusta per descrivere il punto in cui siamo: il 63% ritiene che “al momento non si intravede alcuna via di uscita”.

Viviamo in un Paese che si erge ai vertici europei unicamente per i livelli della pressione fiscale.

Gli effetti per famiglie e imprese non tardano di certo a manifestarsi.

In Italia le istanze di procedure fallimentari hanno visto una crescita del 25% in un biennio, passando dalle 9.383 dell’anno 2009 alle 11.707 del 2011. Ed i settori maggiormente colpiti sono quelli del commercio e dell’edilizia, storicamente volano della nostra economia.

L’ormai certo aumento di un punto percentuale dell’Iva produrrà effetti devastanti sui consumi e si abbatterà come un ciclone sui redditi delle famiglie.

Si sta unicamente puntando su austerità e rigore.

Senza adeguate misure per la crescita sarà troppo difficile pareggiare i conti, perché mancheranno sempre le risorse. Lo affermiamo da troppo tempo ormai: queste sono soltanto misure destinate ad inasprire sempre più la spirale recessiva.

Non è più rinviabile una netta e decisa azione verso l’attivazione di politiche dal lato della domanda, per una rivitalizzazione del mercato. E’ questo il nodo principale che la politica è chiamata a sciogliere.

Ma viviamo in un momento in cui nel Paese, ed anche a livello locale, si rileva una estrema incertezza della stabilità politica.

Stiamo attraversando una fase in cui tutti i principali partiti, più che sulle alleanze e sui programmi di governo, sono costretti ad interrogarsi sui fondamenti stessi della loro identità: gli schemi classici, appiattiti sul concetto di potere, di fronte alle nuove sfide in atto, mostrano tutti i loro limiti.

E’ in gioco il modo stesso di intendere la politica. I partiti devono avere il coraggio del rinnovamento, di modificare anche in profondità le tradizionali forme e gli apparati, affinché possano continuare a registrare il consenso di tutti coloro che sono interessati alla gestione della cosa pubblica e non solo di quanti aspettano favori e benefici.

Senza questa prospettiva di rinnovamento profondo, la grave crisi di immagine della politica non sarà superata.

Nel Paese in generale, e nella Tuscia in particolare, si avverte l’esigenza di un cambiamento urgente della classe politica, non più arroccata a difesa di se stessa, a ragionare solo i termini di potere.

In questo territorio ne abbiamo bisogno quale condizione essenziale per poter creare le condizioni favorevoli al rilancio economico e sociale. Le nostre imprese necessitano di recuperare il senso di una direzione di marcia, collettiva e condivisa, di obiettivi realmente perseguibili, che devono accomunare maggioranza e opposizione, pur nel rispetto dei rispettivi ruoli e posizioni. Nella Tuscia va, quindi, aperta una stagione nuova di unità e cooperazione tra tutte le forze politiche: è su questo piano che occorre indirizzare il confronto, con il coraggio della verità e della novità.


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