(s.m.) – “Io non chiedo tangenti per lavorare. Potete chiederlo a tutta Viterbo”.
Massimo Scapigliati risponde schietto ai magistrati. L’ex funzionario comunale, addetto all’ufficio cave e torbiere, che patteggiò al processo su cave e tangenti, torna in aula da testimone.
A giudizio sono rimasti in tre: il funzionario della Regione Lazio Giuseppe De Paolis e gli imprenditori di Celleno, padre e figlio, Domenico e Dario Chiavarino.
Scapigliati faceva da tramite. Per l’accusa, era lui a consegnare a De Paolis i soldi dei Chiavarino, sborsati per ottenere l’ok alla messa in sicurezza di una cava. Scapigliati avrebbe, poi, trattenuto per sé una parte della somma. Ma la sua versione è diversa.
“Non prendo tangenti – ha dichiarato davanti ai magistrati -. Ho ricevuto un incarico professionale da Chiavarino. Voleva riattivare una cava abbandonata in località Montevareccio, a Viterbo. Mi ha chiesto di occuparmi della pratica e l’ho fatto. E’ chiaro che, per quell’incarico, mi ha pagato ed è chiaro che c’era un conflitto di interessi con la mia qualifica di funzionario comunale. Ma per questo sono già stato condannato”.
Da quando la forestale lo ha arrestato, nel 2009, Scapigliati dice di non voler più sentir parlare di cave e torbiere.
Il sovrintendente De Carli racconta, in aula, gli appostamenti sotto il suo ufficio, nel settore Lavori pubblici del Comune di Viterbo (che si è costituito parte civile), e gli incontri dell’ex funzionario sia con i Chiavarino che con De Paolis.
Il 24 ottobre 2008 Chiavarino preleva 8mila euro dal suo conto e li dà a Scapigliati. Di quella somma, 5mila vengono girati a De Paolis, imputato per corruzione. L’accusa è di aver intascato una tangente per autorizzare la messa in sicurezza della cava di Montevareccio. Ma Scapigliati la racconta diversamente.
“Quei 5mila euro a De Paolis erano un regalo. Gli avevo chiesto di sveltire la pratica e lo ha fatto. Se si aspettava di ricevere soldi, non lo so. Di certo, non me li ha chiesti”. Nessun accordo, dunque, tra gli imprenditori e il funzionario. Quella che agli occhi dei pm è una corruzione, per Scapigliati fu una cortesia ricambiata. Lo ha spiegato per più di un’ora, ieri pomeriggio, davanti a giudici e avvocati.
Quello che Scapigliati non dice è quando quei 5mila euro sono stati dati a De Paolis. Resta il fatto che, in pochi mesi, Chiavarino sbrigò una pratica per la quale servivano almeno sei anni. Lo sa bene l’imprenditrice di Gallese che ha testimoniato prima di Scapigliati. “Ci ho messo dieci anni per avere quell’autorizzazione. So che ad altri miei colleghi è stato chiesto di pagare per accelerare i tempi. Non li biasimo se l’hanno fatto. Dieci anni sono dieci anni…”.
A Chiavarino non bastava la messa in sicurezza della cava. Voleva estrarre lapilli e pomici per rivenderli. Serviva un’altra autorizzazione e, per i magistrati Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, l’imprenditore era disposto a pagare altre tangenti per averla. Ma non la ottenne mai. O, forse, non ci fu il tempo. I Chiavarino, Scapigliati, De Paolis e altri due funzionari della Soprintendenza furono arrestati il 30 settembre 2009 nel blitz Dazio, dalle illecite “dazioni” riscontrate dalla procura. Scapigliati e gli altri due hanno patteggiato subito dopo l’arresto. Solo per i Chiavarino e De Paolis il processo continua.
Alla prossima udienza del 22 gennaio saranno sentiti altri cinque testimoni.



