– Negli ultimi tempi le vicende legate alla Fiat hanno attirato l’attenzione di giornali, studiosi e cittadini.
Tuttavia la questione è stata affrontata spesso assegnandole una valenza esclusivamente politica senza approfondire gli altri aspetti coinvolti, di natura sociale ed economica.
Vanno separati innanzitutto il profilo politico e quello socio-economico, in altre parole le scelte strategiche operate dall’azienda che, poiché ormai multinazionale, dipendono dagli interessi degli azionisti e dal contesto economico globale, e il rapporto tra Fiat e sistema socio-politico nazionale, considerando in questo caso la prevalente localizzazione degli impianti e del mercato.
L’intenzione della Fiat, in parte poi ridimensionata nei giorni successivi rispetto alla notizia iniziale, ma pur sempre latente, di ridurre gli investimenti nel Paese genera preoccupazione e sconforto poiché ha conseguenze dirette sullo sviluppo economico e sull’occupazione. Ma questa scelta, che a oggi è un’ipotesi non confermata dai fatti, prima di essere oggetto di critiche e discussioni, va spiegata e inquadrata all’interno del quadro competitivo mondiale.
È innegabile che dal dopoguerra in poi la Fiat abbia potuto avere aiuti e attenzione dallo Stato. Basta pensare negli anni ’90 all’investimento per la costruzione dello stabilimento di Melfi dove poi sarebbe stata avviata la produzione della Punto. In quell’occasione il Paese realizzò un importante intervento di politica industriale che contribuì a rilanciare un’intera Regione, anche per via dell’indotto creato da uno stabilimento all’avanguardia, con i fornitori integrati nel sistema.
Lo stabilimento di Melfi doveva lanciare la nuova politica della Fiat basata sull’attenzione alla qualità e sull’innovazione tecnologica dei processi e dei prodotti: tuttavia l’immagine dell’azienda, pur con un notevole miglioramento rispetto al passato, non riusciva a decollare per aggredire i segmenti di mercato più alti e il mercato internazionale.
Lo sguardo rivolto al futuro, in quegli anni, avrebbe dovuto far riflettere governi e vertici aziendali sul fatto che un’azienda così strategica per lo sviluppo economico del Paese, sulla quale era stato realizzato un investimento collettivo, dovesse produrre risultati non solo finanziari ma costruire un benessere etico e sociale e una prospettiva condivisa in grado di assicurare nel tempo risultati economici e solidità dell’impresa.
Forse in quegli anni occorreva investire in modo ancora più forte su innovazione e qualità, come poi la Fiat, negli anni a venire, ha iniziato a fare sotto la guida di Sergio Marchionne, anticipando i tempi del rapido cambiamento socio-economico avvenuto nei decenni successivi che tanto ha inciso sulla situazione odierna.
Il punto di partenza, a monte, è costituito dalle modificazioni del contesto competitivo globale, con la crescita di Paesi che hanno rapidamente scalato la graduatoria dell’Economia mondiale, in grado di produrre con costi del lavoro molto bassi e con maggiore produttività rispetto alle imprese italiane e in genere a quelle europee.
A valle si sono determinati, quasi contemporaneamente, una serie di fattori che hanno determinato congiuntamente l’attuale situazione dell’azienda:
1. È stato impossibile, anche per l’incremento della liberalizzazione al commercio di beni e servizi, frenare l’aggressione, sul mercato nazionale, delle autovetture estere, soprattutto provenienti dall’oriente, che a prezzi ragionevoli e con sufficiente qualità hanno aggredito il segmento tradizionale della Fiat.
2. La Fiat, come buona parte delle imprese italiane, ha percepito in ritardo la necessità di diventare un’azienda globale e di alzare la mira verso segmenti di mercato più remunerativi.
3. Il Paese per molti anni non è stato in grado di offrire un ambiente produttivo competitivo in termini di infrastrutture e di mercato del lavoro.
4. La Fiat, come peraltro altre aziende delle medesime dimensioni operanti in tipologie produttive che lavorano con processi di produzione a ciclo continuo, non ha potuto modificare rapidamente le proprie strategie produttive. Non è casuale che tutti i sistemi produttivi basati su cicli produttivi pesanti, basti pensare al caso della siderurgia, vivono grandi difficoltà, accentuate dal costo delle materie prime utilizzate e dell’energia.
Se a questo aggiungiamo la crisi devastante che ha aggredito l’intero sistema produttivo occidentale negli ultimi anni e di cui non si vede ancora l’uscita, si possono comprendere le ragioni delle difficoltà della Fiat, non causate da una singola variabile, né da una scelta errata dell’azienda, che pure ha le sue colpe, ma frutto di un insieme di elementi in cui anche gli errori strategici nella politica industriale del Paese hanno avuto la loro parte.
Non va dimenticato che qualche anno fa l’azienda si trovò sull’orlo della smobilitazione e riuscì a uscirne con rischiose scelte strategiche dello stesso management che ora si critica. Produrre nuovi modelli e investire sull’innovazione è necessario ma non sarebbe sufficiente. Oggi non esiste più un’azienda delle dimensioni della Fiat che possa operare esclusivamente o quasi su un mercato locale; i mercati di sbocco dei nostri prodotti per le imprese che vogliono sopravvivere sono quelli dei paesi ricchi e dei paesi emergenti, gli Stati Uniti, i Paesi Arabi, il Brasile, la Cina, l’India.
La scelta di operare sul mercato con una logica mondiale è ineludibile e non ha alternative, a prescindere dagli obblighi di natura etica e sociale che qualsiasi azienda deve avere, in una visione evoluta e moderna del concetto di impresa.
La vicenda della Fiat dovrebbe servire da monito anche per altre aziende che rappresentano il nostro Paese e per la politica. Non si possono affrontare i problemi solo quando emergono ma occorre anticipare il cambiamento creando le condizioni perché le nostre aziende possano essere competitive, e dunque investendo prioritariamente in infrastrutture, ricerca, innovazione e formazione, e allo stesso tempo accrescere la capacità di attrarre investimenti.
Questo è il vero nodo da affrontare, pur in una situazione economica drammatica come quella attuale. E occorre subito guardare più lontano e pianificare adeguatamente il futuro per difendere le prospettive del Paese: non si può pensare che il sistema industriale manifatturiero, che ha contributo in modo decisivo alla crescita dell’Italia possa continuare a sostenerlo per sempre, alla luce della pressione competitiva mondiale e di altri grandi problemi di difficile soluzione ma non più differibili come quelli della sostenibilità e dell’energia.
A un sistema manifatturiero più produttivo ed efficiente ed orientato ai prodotti di nicchia e di alta gamma si dovrà affiancare una forte e competitiva industria dei servizi, con particolare attenzione al turismo e all’innovazione, attraverso le quali difendere, accrescere e diffondere il know-how del nostro Paese.
Alessandro Ruggieri
