– Domenica 25 novembre, ore 17 al teatro comunale “Il Fescennino” – piazza Pina Piovani, Corchiano (Vt) – andrà in scena lo spettacolo teatrale “Drug Gojko”: monologo di Pietro Benedetti, regia di Elena Mozzetta.
Uno spettacolo prodotto dal Cp Anpi Viterbo tratto dai racconti di Nello Marignoli, partigiano viterbese combattente in Jugoslavia. ideato da Giuliano Calisti e Silvio Antonini, testi teatrali di Pietro Benedetti, consulenza letteraria di Antonello Ricci, musiche di Bevano quartet e Fiore Benigni, foto di Daniele Vita. L’ingresso è di 5 euro.
“E le stelle si poggiarono al suolo.
Erano ali di insetti illuminate dai riflettori
Si sentiva vibrare il dolore di quella tragedia che la storia umana portava con sé
Solo un muro e il palcoscenico
Come nella vita dopo la guerra
Le mura e la città vuota che a caro prezzo pagava la sommessa commedia della libertà”.
Veronica Pacifico, 13 agosto 2012
Drug Gojko (Compagno Gojko) narra, sottoforma di monologo, le vicende di Nello Marignoli, classe 1923, gommista viterbese, radiotelegrafista della Marina militare italiana sul fronte greco – albanese e, a seguito dell’8 settembre 1943, combattente partigiano nell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo.
Lo spettacolo, che si avvale della testimonianza diretta di Marignoli, riguarda la storia locale, nazionale ed europea assieme, nel dramma individuale e collettivo della Seconda guerra mondiale.
Una storia militare, civile e sociale, riassunta nei trascorsi di un artigiano, vulcanizzatore, del Novecento, rievocati con un innato stile narrativo emozionante quanto privo di retorica.
Si terrà domenica 25 novembre alle 17 al teatro Fescennino di Corchiano lo spettacolo “Drug Gojko”, di Pietro Benedetti, per la regia di Elena Mozzetta. Sul palco lo stesso Benedetti: l’ingresso è di 5 euro.
Lo spettacolo, che si avvale della consulenza letteraria di Antonello Ricci, narra in forma di monologo le vicende di Nello Marignoli, classe 1923, gommista viterbese, radiotelegrafista della Marina Militare italiana sul fronte greco -albanese nei giorni intorno all’8 Settembre del 1943 e combattente partigiano nell’Esercito popolare di liberazione jugoslavo. Lo spettacolo, che nasce da una ricerca di Pietro Benedetti e si avvale della testimonianza diretta di Marignoli, è di notevole interesse per la storia locale, nazionale e, infine europea, nel dramma individuale e collettivo della seconda guerra mondiale. Una storia militare, civile e sociale, riassunta nei trascorsi di un artigiano, vulcanizzatore del Novecento rievocata con un innato stile narrativo ed emozionante quanto privo di retorica.
L’inizio è sul dragamine Rovigno: una croce uncinata issata al posto del tricolore. Il finale è l’abbraccio tra madre e figlio, finalmente ritrovati, nella città in macerie. Così vuole l’epos popolare. Così dispiega la sua odissea di guerra un bravo narratore: secondo il più convenzionale degli schemi, in ordine cronologico. Ma mulinelli si aprono, di continuo, nel flusso del racconto.
Rompono la superficie dello schema complessivo, lo increspano, lo fanno singhiozzare magari fino a contraddirlo: parentesi, divagazioni, digressioni, precisazioni, correzioni, rettifiche, commenti, esempi, sentenze, morali.
Così, proprio così Nello racconta il suo racconto di guerra. Nello Marignoli da Viterbo: gommista in tempo di pace; in guerra, invece, prima soldato della Regia Marina italica e poi radiotelegrafista nella resistenza jugoslava. Nello è narratore di straordinaria intensità. Tesse trame per dettagli e per figure, una dopo l’altra, una più bella dell’altra: la ricezione in cuffia, l’8 settembre, dell’armistizio; il disprezzo tedesco di fronte al tricolore ammainato; l’idea di segare nottetempo le catene al dragamine e tentare la fuga in mare aperto; il barbiere nel campo di prigionia: “un ometto insignificante” che si rivela ufficiale della Decima Brigata Herzegovaska; le piastrine degli italiani trucidati dai nazisti: poveri figli col cranio sfondato e quelle misere giacchette a -20 gradi; il cadavere del soldato tedesco con la foto di sua moglie stretta nel pugno; lo zoccolo pietoso del cavallo che risparmia i corpi senza vita sul sentiero; il lasciapassare partigiano e la picara “locomotiva umana”, tutta muscoli e nervi e barba lunga, che percorre a piedi l’Italia, da Trieste a Viterbo; la stella rossa sul berretto che indispettisce i camion anglo-americani e non li fa fermare; la visione infine, terribile, assoluta, della città in macerie. Ma soprattutto un’idea ferma: la certezza che le parole non ce la faranno a tener dietro, ad accogliere e contenere, a garantire forma compiuta e un senso permanente all’immane sciagura scampata dal superstite (e testimone).