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“Funzionano davvero le primarie?”

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Francesco Chiucchiurlotto

Francesco Chiucchiurlotto

Riceviamo e pubblichiamo – Dopo gli stimoli indotti dalle considerazioni di Mattioli sulle primarie, alcune ulteriori riflessioni non possono che essere utili.

E’ universale la ricerca di una democrazia che abbia forme moderne, soddisfacienti, utili; altrettanto la volontà di coinvolgere i cittadini nel governo della cosa pubblica nella convinzione che il tasso di democraticità sia direttamente proporzionale al pubblico interesse.

Così si sono sperimentate forme di democrazia diretta: dai plebisciti ai referendum abrogativo/confermativo alle varie forme assembleari; da quelle di democrazia deliberativa, (conoscere per decidere) a quelle consiliari, parlamentari, informatiche, filtrate attraverso altre forme democratiche di partecipazione come i partiti, fondazioni, movimenti ed anche il web.

Le primarie, espressioni organizzate di volontà decisionali parziali e particolari, in vista di suffragi universali, sono state mutuate dalle esperienze americane contrassegnate dall’assenza di forme politiche organizzate in modo capillare, stanziale e piramidale di tipo europeo.

L’innesto delle primarie in modalità di democrazia delegata e mediata dai partiti come quella italiana ha effetti, ancorché temporanei, non irrilevanti: esaltano le leadership carismatiche; le mettono in contatto diretto con il corpo elettorale di riferimento facendo a meno dei profili organizzativo-decisionali intermedi e locali; affidano decisioni complesse a meccanismi di confronto semplificati che rispondono a regole e valori mediatici.

Insomma riducono alla fine le istanze decisionali coscienti e consapevoli dei quadri intermedi, collegando direttamente il popolo al principe.

La storia delle primarie italiane ormai dimostra chiaramente che il loro scopo conclamato di legittimazione delle leadership vincenti è effimero ed ingannevole: Romano Prodi le ha trionfalmente utilizzate per essere per ben due volte sfiduciato in Parlamento; Walter Veltroni si è trovato a dover rinunciare a una leadership pur affermata ottimamente in elezioni primarie; lo stesso Pierluigi Bersani ha dovuto ricorrere a esse per una seconda volta per confermare un evidentemente fragile dettato statutario.

Oggi dopo la riedizione della discesa in campo di Berlusconi (qualcuno la attribuisce all’esito delle primarie recenti) la partita si gioca a condizioni azzerate, con ciò che resta della straordinaria mobilitazione di opinione pubblica, mass media, apparati centrali e periferici e volontari.

Si sono liberate energie sopite e addirittura sconosciute o nascoste; si è data voce a una disperata voglia di partecipazione, di protagonismo o semplicemente di espressione di idee ed opinioni quotidianamente travolte dal pervasivo e strabordante impatto con il professionismo della politica che occupa ormai tutti i media.

Ma ha qualcosa a che fare con la democrazia? Consente veramente ai cittadini di governare il presente, di decidere del proprio destino? Possono veramente sostituire la politica delle complessità e dei processi decisionali dei congressi che si svolgevano a livello locale, provinciale, regionale, nazionale?

Probabilmente no, ma come strumento nuovo e utile al coinvolgimento deve ormai trovare collocazione in una riforma dei partiti attraverso l’attuazione dell’art.49 della Costituzione, da auspicare sul modello Sturzo 1959, piuttosto che sul modello Sposetti e altri di recente conio.

Primarie di coalizione e soprattutto di partito tra iscritti; semplici e rapide, prima di consultazioni elettorali di vario livello, che innervino e consolidino una forma di partecipazione politica come la democrazia, che conta 2400 anni, ma non li dimostra.

Francesco Chiucchiurlotto


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