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Giorgetti show, tra minacce e rivelazioni

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Maurizio Giorgetti

Ha provato a rintracciare il suo terzo rapinatore ma non ci è riuscito. Se lo troverà, lo ammazzerà.

Maurizio Giorgetti non ha paura di ripeterlo in un aula. Il supertestimone del caso Emanuela Orlandi, intervistato a Chi l’ha visto nel 2010, è parte offesa in un processo per rapina. Ieri ha testimoniato in tribunale a Viterbo.

Per quel fatto, avvenuto a Soriano il 6 ottobre di due anni fa, Giorgetti denunciò la figlia e il fidanzato, imputati al processo. Con loro c’era anche una terza persona. Un “eroe”, lo definisce ironicamente Giorgetti, che lo colpì al labbro col calcio della pistola fino a farlo sanguinare. “Mi interessava trovarlo, visto che voi non ci siete riusciti”, si è rivolto Giorgetti al pm, in tono di rimprovero. “Mentre mi colpiva, mi ha detto: “Questo te lo manda Manlio Vitale, detto Er Gnappa”, uno dei capi della banda della Magliana, di cui ho parlato nel caso Orlandi”.

Secondo il suo racconto, la sera della rapina Giorgetti aprì il cancello alla figlia, che avrebbe poi fatto entrare gli altri due. Nei confronti della ragazza, Giorgetti non sembra più avere la minima fiducia. “All’anagrafe è mia figlia – spiega -, ma ora ho seri dubbi. Ho chiesto il test del dna”. E continua: “In casa c’erano cinque milioni di euro, in valuta coreana. Ne hanno rubati una parte”. Di quei soldi, neppure la convivente di Giorgetti sapeva nulla. Lui assicura di averli avuti, anche se non spiega né come né perché.

La difesa vorrebbe fargli dire che in quell’occasione sparirono anche delle agende. Almeno tre, che Giorgetti avrebbe dovuto portare al procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo, titolare dell’inchiesta sul caso Orlandi. Ma quelle agende non arrivarono mai sulla scrivania del magistrato. Ecco perché, per la difesa, la denuncia di Giorgetti contro la figlia fu solo un espediente, per giustificare la mancata consegna di quelle agende agli inquirenti.

Giorgetti smentisce. “Non sono stati loro a rubarmi quelle agende, ma una mia vecchia socia”. Da casa sua, oltre alla mazzetta di banconote coreane, i tre avrebbero portato via una pistola, oro e dieci orologi, di cui nove Rolex, originali e non. Bottino da oltre 50mila euro.

Giorgetti cercò di difendersi. “Mi appartai col terzo rapinatore per dargli una bastonata, ma non mi riuscì – dice -. Nella denuncia ho fatto scrivere che lo avrei ammazzato. Cosa che farò, se lo troverò. Sono stato tanti anni in mezzo alla strada e so bene che il male va estirpato quando è piccolo”. In udienza, ha minacciato di fare lo stesso anche al fidanzato della figlia. Approfittando di un momento di pausa, dopo la sua testimonianza, si è avvicinato all’imputato. “Non finisce qua. Ti ammazzo come un cane”, avrebbe bisbigliato al ragazzo. Il pm Massimiliano Siddi lo ha allontanato, furente: “Non le consentiamo di dire certe cose in aula”. Giorgetti se n’è andato. La difesa ha immediatamente riferito il fatto ai giudici, che hanno ordinato la trasmissione degli atti in procura.

L’udienza è proseguita con l’ascolto della compagna di Giorgetti e di un carabiniere. Il processo è rinviato al 4 giugno.


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