![]() Francesco Chiucchiurlotto |
Riceviamo e pubblichiamo – Tra le infinite definizioni di politica, quella che mi viene più adatta al momento è quella di “politica come arte del possibile”, cioè quella che tra le ipotesi realizzabili è conseguita.
In altre parole, parafrasando e volgarizzando San Paolo che si occupava di poteri regali, chi vince è vicino alla provvidenza divina, chi perde evidentemente no.
Che la provvidenza, nel nostro caso, sia rappresentata da un accordo, più nelle cose che nelle volontà, rimanda a una continuità di accordi intrecciati, segreti, obbligati ecc. che costituiscono da sempre la linfa della politica praticata.
Viene alla mente “ tutto ciò che è reale è razionale” oppure “tutto ciò che accade conviene”
Insomma nella continuità più assoluta si è svolto un esercizio politico di ricambio generazionale che attiene alla normali prassi esistenti.
Ora la definizione marxiana che il comunismo è il movimento reale che cambia lo stato di cose esistenti o maoista della rivoluzione non pranzo di gala, ma atto violento con cui una classe ne rovescia un’altra, sono stellarmente lontani alle dialettiche nutrite di spread, fiscal compact o fiscal cliff, o semplicemente al disamore ed al disinteressa per la politica.
Chi si aspettava una pur timida discontinuità è servito.
A ben vedere, pensando a Piero Gobetti, nella intera storia italiana mancano rotture rivoluzionarie: non siamo forse la terra della controriforma e del trasformismo, e per dirla con Agostino De Pretis inventore di quest’ultimo, della “feconda trasformazione”?
Dunque tutto bene, niente di cui stupirsi o rammaricarsi e tanti auguri, sinceri e di cuore a persone conosciute e stimate, con la speranza che i tempi che ci attendono non avessero richiesto delle rotture matrici di cambiamenti profondi e veramente fecondi.
Francesco Chiucchiurlotto
