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Palpeggia la figliastra, a febbraio il processo d’appello

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Un'aula del Palazzo di Giustizia viterbese

Un'aula del Palazzo di Giustizia viterbese

E’ fissata a febbraio l’udienza in Corte d’appello per A. M. T..

Il bracciante romeno 43enne fu condannato a tre anni per maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale, violenza privata, minacce e ingiurie.

La sentenza arrivò il 12 giugno scorso. I giudici del tribunale di Viterbo lo ritennero responsabile delle avances alla figlia della sua compagna, oltreché di una lunga serie di maltrattamenti a entrambe.

L’uomo viveva a Viterbo con la convivente. La coppia aveva un figlio piccolo. Con loro vivevano la figlia appena maggiorenne di lei, nata da un precedente matrimonio, e il suo bambino.

I presunti maltrattamenti sarebbero iniziati nel 2008. Botte, insulti, offese continue, secondo le indagini, ma anche approcci con la figlia della sua convivente, palpeggiata e minacciata.

Stando agli accertamenti della squadra mobile, l’uomo nutriva una specie di gelosia morbosa per la figliastra. Non la lasciava uscire. Le avrebbe persino proposto di fare sesso, perché curioso di capire chi fosse più brava a letto tra madre e figlia.

Accuse che la difesa non solo respinge, ma rivolge a madre e figlia. Per gli avvocati dell’uomo, Marina Costaggini e Paolo Labbate, era il bracciante a sopportare le angherie delle due donne. Gli insulti erano all’ordine del giorno. E in più di un’occasione sarebbe stato persino picchiato.

Il ricorso in appello è già stato depositato. L’udienza si terrà a febbraio.


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