– La querelle Berlusconi-Di Pietro approda in Corte costituzionale.
Il 26 febbraio la Consulta dovrà pronunciarsi sull’accusa di diffamazione mossa dal leader dell’Idv all’ex presidente del Consiglio.
La questione è sempre la stessa: le presunte frasi offensive che Berlusconi avrebbe pronunciato prima in un comizio a Viterbo e poi alla trasmissione Porta a Porta. In entrambe le occasioni, il presidente del Pdl avrebbe insinuato che l’ex pm di Mani pulite “si è laureato grazie ai servizi segreti perché non è possibile che l’abbia presa uno che parla così l’italiano…”.
Da quella frase sono scaturiti tre procedimenti. In tutti e tre, gli atti sono passati dal tribunale ordinario alla Corte costituzionale.
Uno è davanti al giudice di pace di Viterbo, che ha chiamato in causa la Consulta sollevando il conflitto di attribuzioni. Gli atti sono appena stati trasmessi.
L’altro è davanti al tribunale penale di Bergamo. Anche qui, atti alla Corte costituzionale. Di Pietro, in tal caso, ha preferito esercitare l’azione civile davanti al tribunale di Roma. Come da copione, procedimento sospeso e atti alla Consulta, che deciderà il 26 febbraio sul conflitto di attribuzioni.
In pratica, spetterà ai giudici stabilire se Berlusconi parlava da parlamentare o da leader del suo partito, nel momento in cui ha pronunciato quelle parole. La differenza sta tutta nell’articolo 68 della Costituzione: “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. Se la Corte costituzionale concludesse che Berlusconi parlava da parlamentare sia a Porta a Porta che a Viterbo, l’ex premier non dovrebbe rispondere di diffamazione.
Nel caso viterbese, il giudice di pace aveva inizialmente dichiarato il Cavaliere non punibile. Ma il pm Paola Conti ha fatto ricorso in Cassazione e ottenuto che gli atti tornassero al tribunale. Da qui, il giudice li ha spediti alla Consulta. L’udienza, in questo caso, non è ancora stata fissata.

