![]() Felice Cianfana al lavoro a Herat |
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![]() Un polizotto afghano e un ufficiale degli Alpini |
![]() Un pattugliamento sul Ring Road |
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– “Gli afghani hanno voglia di rinascere”.
Felice Cianfana, 30enne, sergente dell’aeronautica assegnato al quarto stormo di Grosseto, ma nato a Tarquinia e residente a Vetralla, racconta la sua esperienza ad Herat, in Aghanistan, dove, alle dipendenze dell’Imc (Infrastructure management centre) di Italfor presso Camp Arena, sta lavorando nell’ambito dell’operazione Isaf, una delle missioni di pace dei militari italiani all’estero (fotogallery).
Tra le priorità del contingente italiano in quelle zone c’è l’istruzione dei giovani. Finora sono state infatti già costruite 81 scuole nella provincia di Herat.
Felice Cianfana, nell’ottobre del 2012, ha lasciato in Italia la moglie Emanuela e il figlio Matteo, nato pochissimi mesi prima, ad agosto.
La sua famiglia, così lontana, gli è mancata molto, in particolare durante le festività natalizie che Cianfana ha trascorso a Herat, dove ancora oggi si trova, ma la passione per il suo lavoro e i risultati che giorno dopo giorno tocca con mano tra quelle popolazioni, gli danno la forza e l’entusiasmo di continuare a farlo.
Come ha passato il Natale?
“Il mio Natale a Herat – racconta Felice Cianfana – è trascorso molto serenamente, ed essendo molto impegnato nel lavoro di assistente tecnico nei cantieri in corso all’interno di Camp Arena, anche molto velocemente, rispetto a come mi immaginavo prima della partenza. Infatti abbiamo continuato a lavorare anche il giorno di Natale ad alcuni interventi urgenti.
Gli operai afghani, anche se di diverso credo religioso, mi hanno fatto gli auguri, capendo che per me in Italia sarebbero stati giorni di festa e riposo che avrei trascorso con mia moglie e mio figlio”.
Ha potuto contattare sua moglie e i parenti?
“Certamente, sono riuscito a contattare mia moglie e i miei parenti, fortunatamente non abbiamo problemi di collegamento telefonico, inoltre grazie a internet abbiamo la possibilità di poter videochiamare le nostre famiglie per sentirli un po’ più vicini a noi”.
Come è stata vissuta la visita del presidente del senato Renato Schifani?
“Queste visite fanno sempre piacere perché dimostrano che i più importanti rappresentanti delle istituzioni ci sono vicini e apprezzano il nostro lavoro – sottolinea Chiafana -. Questo per un uomo o donna delle forze armate è importante. Purtroppo non ho potuto assistere al discorso del presidente del Senato perché ero impegnato a seguire gli operai che stavano lavorando sui miei cantieri”.
Può spiegare ai lettori logisticamente dove siete situati rispetto ad Herat e che tipo di città è?
“L’aeroporto di Herat si trova nella Regione occidentale dell’Afghanistan a circa 10 chilometri in direzione nord della città stessa. Herat è considerata la Milano dell’Afghanistan dal punto di vista commerciale e anche dal punto di vista artistico e architettonico è una città che merita di essere visitata”.
Qual è il paesaggio che vede la mattina?
“La mattina quando esco dal mio alloggio vedo, oltre il confine dell’aeroporto, la torre della nuova moschea e all’orizzonte i monti afghani innevati, veramente un panorama indimenticabile”.
Quali sono i rapporti con la popolazione afghana?
“I rapporti sono ottimi, di reciproco rispetto e collaborazione – assicura Cianfana -. Gli afghani con cui abbiamo rapporti sanno che siamo qui per aiutarli e supportarli nella rinascita del loro paese e di questo mi sembra che ne siano molto riconoscenti”.
Come vivono gli afghani?
“Le loro condizioni di vita sono molto umili, ma stanno decisamente migliorando. Almeno secondo quanto mi dice Wahid, un bravo capo cantiere afghano di 27 anni, con cui ho i maggiori rapporti di lavoro. Wahid, oltre a lavorare, la sera trova tempo per studiare all’università di Economia di Herat. Mi ha anche detto che gli afghani hanno voglia di rinascere e crescere, sia come nazione che come popolo e ci stanno riuscendo grazie al supporto delle forze della coalizione”.
Quale sono le attività di tipo militare da lei svolte? E rispetto alla popolazione locale?
“La mia attività militare – spiega nel dettaglio Cianfana – è la stessa che svolgo in patria dove opero, in aeronautica militare con il grado di sergente, come assistente tecnico dei lavori edili ed impiantistici presso il quarto stormo caccia intercettori di Grosseto. Qui in Afghanistan svolgo lo stesso lavoro nei cantieri in corso per la realizzazione di infrastrutture logistiche e operative a supporto del contingente italiano e spagnolo. Nella mia attività sono a contatto diretto con gli operai afghani assunti dalle ditte appaltatrici che svolgono i lavori nella base”.
Qual è la condizione della donne in Afghanistan?
“Ritengo che sia molto migliorata rispetto a quella esistente durante il regime talebano. Molti dei lavori edili che vengono svolti dal contingente italiano sono rivolti proprio alla costruzione di scuole, che precedentemente le donne spesso non potevano frequentare, e ospedali, in cui molte volte non venivano curate”.
Può raccontare qualche episodio particolarmente significativo?
“Non ho episodi particolarmente significativi, ma mi rendo conto che però ogni giorno apprendo di più di questo paese così lontano dai nostri usi e costumi”.
Come vengono visti gli italiani dal popolo afghano?
“Penso che gli italiani siano considerati dagli afghani, che desiderano uscire da un passato di guerre e privazione dei diritti civili, come coloro che sono qui per aiutarli a crescere ma con le proprie forze. Questo grazie anche alla grande forza di volontà che gli afghani stessi hanno”.
Rifarebbe la scelta di andare in Afghanistan? Perché?
“Sì, certamente – risponde con convinzione -, perché è un’esperienza di vita che accresce il mio bagaglio di conoscenze lavorative e umane. Anche se al mio rientro in patria voglio dedicare molto tempo a mio figlio che ho lasciato due mesi fa a soli due mesi di vita e che non vedo l’ora di riabbracciare”.
Quali sono state le acquisizioni sul piano professionale e umano di questa missione?
“Lavorare a stretto contatto con altre forze armate italiane e della coalizione mi ha sicuramente arricchito dal punto di vista professionale in quanto ho potuto acquisire altre metodologie lavorative e capacità operative. Sul piano umano invece credo che qui ci si rende conto di quanto noi italiani viviamo in una condizione sociale ed economica serena in cui spesso desideriamo cose superflue, quando qui molti di loro ancora hanno bisogno di beni di prima necessità. Proprio qualche giorno fa un operaio di nome Zaersha mi ha chiesto qualche biscotto per i suoi cinque figli, un altro, Nazir, mi ha chiesto un paio di scarpe usate”.
Quali sono le differenze rispetto al Kosovo?
“Nel 2004 sono stato in Kosovo – ricorda -, presso l’aeroporto militare di Djakovica, ma non avevo questo incarico e la situazione economica e sociale della popolazione era migliore rispetto a quella dell’Afghanistan. Inoltre il Kosovo è in Europa, quindi più vicina a noi anche dal punto di vista sociale e culturale”.
Quale immagine riporterà a casa di questa missione? Il giorno che tornerà in Italia cosa rimpiangerà dell’Afghanistan?
“Riporterò a casa un’esperienza umana unica, durante la quale ho potuto conoscere una realtà sociale e culturale diversa dalla nostra. Rimpiangerò la vita al campo con gli amici e colleghi di lavoro con cui ho condiviso tutto. Sia i momenti felici che quelli di difficoltà, che insieme abbiamo superato”.
Descriva il popolo afghano. Cosa lo caratterizza di più?
“Penso che siano persone che, pur non avendo molto, hanno sempre il sorriso in volto. Forse perché dopo tanta sofferenza intravedono un futuro migliore”.
Quali sono le problematiche di questa fase della missione, con la prospettiva che il contingente italiano lasci l’area?
“Spero che il duro lavoro fatto dal contingente per addestrare le forze di sicurezza afghane sia sufficiente affinché, quando sarà il momento di lasciare questo Paese, esse siano in grado di garantire la sicurezza e la stabilità della nazione”.
Quanti sono gli italiani ad Herat?
“Nella regione ovest, dove opera il contingente italiano, siamo circa 3000 militari”.
Quanti sono gli uomini che vengono dalla Tuscia?
“Siamo nell’ordine di circa 40 militari. Sembra una casualità ma il mio comandante è di Viterbo, e ce ne sono altri perché qui è presente il reparto dell’aviazione esercito di Viterbo. Addirittura ho ritrovato qui due miei compagni di classe delle scuole superiori”.
Dovesse raccontare a suo figlio la sua missione cosa gli direbbe?
“Gli direi che ho trovato delle persone che hanno bisogno d’aiuto. Genitori che non potevano garantire sempre una tazza di latte al proprio figlio. E che ho conosciuto colleghi che forse non incontrerò più ma ricordo ognuno di loro per aver condiviso questa esperienza”.
Mandi un saluto agli amici e ai parenti.
“Un bacio e un abbraccio ai miei amori Emanuela e Matteo. Un affettuoso saluto alla mia famiglia, ai miei amici e colleghi che ho lasciato in Italia.
A presto”.
redtw




