– Il 2012 sarà ricordato come una delle annate più difficili di sempre per l’economia del nostro paese segnata dalla crisi.
Alcuni dati documentano in modo chiaro la situazione: il Pil al 31 ottobre 2012 è pari a -1,9%, con un calo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno del 2,4%, il tasso di disoccupazione al 30 novembre è di 9,8%, con un aumento del 2,1% rispetto al 2011 e con l’aggravante di una disoccupazione giovanile che raggiunge il 32,1%, rispetto al 26,5% del 2011.
La crisi di natura finanziaria un po’ alla volta è diventata crisi economica, comportando un gravissimo rallentamento di tutta l’economia che ha messo le imprese in grave difficoltà.
Sono state spazzate via piccole e medie aziende che avevano contribuito a costruire la storia industriale dell’Italia, con la perdita non solo di posti di lavoro ma anche di storia e di cultura, e con un danno di immagine per tutto il Paese.
Il 2012 ha dunque portato la crisi a livelli mai toccati generando un effetto indotto sulla fiducia dei cittadini e dei consumatori.
Tuttavia occorre sempre osservare cosa accade nel mondo, dove molti altri Paesi industrializzati si dibattono in situazioni simili a quelle dell’Italia.
Il vero problema, che va oltre la crisi, è che ormai l’Italia è parte di un contesto internazionale dinamico e estremamente competitivo, dove esistono Paesi che avanzano a velocità diverse, con una situazione aggravata dal fardello costituito dall’enorme debito pubblico.
Ma il 2012 non ha portato solo elementi negativi. Innanzitutto nel corso dell’anno lo spread, che oltre all’intrinseco significato economico rappresenta un indice di fiducia nel Paese, è andato diminuendo. In secondo luogo, l’Italia al 30 novembre ha registrato un avanzo commerciale di 1,9 miliardi (nello stesso periodo del 2011 era -1,1), che da molti anni non si verificava, e questo sta a significare che il sistema delle imprese ha compreso la necessità di investire sui mercati internazionali, dove la crisi è meno sentita. Infine la credibilità del governo Monti a livello internazionale ha evitato il crollo dei titoli pubblici, che ora vengono negoziati sui mercati senza grandi problemi.
In sostanza, sebbene la crisi nel 2012 abbia raggiunto forse il suo culmine, esistono degli elementi importanti che forse non porteranno immediatamente risultati positivi, ma che rappresentano la base su cui rilanciare in modo solido l’economia del Paese; tuttavia questo non viene percepito dalla maggioranza dei cittadini, anche per via dell’aumento delle imposte e delle tasse.
Per il futuro occorre tenere presente che, se anche la crisi, come molti prevedono, allenterà la sua morsa, le condizioni economiche di contesto saranno comunque molto diverse dal passato, con una competitività sempre più elevata e una esigenza improcrastinabile di apertura internazionale senza la quale la sopravvivenza stessa del tessuto economico del Paese sarebbe a rischio.
Del resto in un mercato globale nel quale la concorrenza portata dai paesi emergenti non ha più limiti, l’Italia deve valorizzare al massimo la propria identità culturale e le produzioni di eccellenza che rappresentano ancora un marchio riconosciuto ed apprezzato in tutto il mondo.
Ciò non deve però far dimenticare le condizioni complessive insoddisfacenti della nostra Economia; il ritmo di sviluppo dell’Italia è più lento non solo dei paesi emergenti ma anche di gran parte degli altri paesi dell’Ue.
Non tutte le imprese italiane sono eccellenti, ma per sopravvivere occorre far crescere anche quelle che oggi soffrono, non esistendo più ormai altra forme di tutela se non quella di una sana ed efficace capacità competitiva.
Vanno inoltre affrontate e risolte con determinazione molte questioni interne che di fatto bloccano la crescita del paese, attuando quelle riforme, sociali ed economiche, oggi ancora solo abbozzate, come le liberalizzazioni, il rafforzamento dei meccanismi di mercato che elimini le posizioni di rendita, il finanziamento della ricerca, della scuola e dell’università, la semplificazione normativa, i costi non giustificati della politica, l’attenzione concreta alle questioni dell’energia e dell’ambiente, sino ad arrivare al mercato del lavoro, dove, senza aver raggiunto risultati tangibili sul piano delle prospettive occupazionali, permane una elevata conflittualità e pare ancora lontano il traguardo della flessibilità che avvicinerebbe le condizioni di contesto dell’Italia a quelle di altri Paesi.
Così come appare ineludibile, legata però alla prosecuzione della lotta all’intollerabile evasione fiscale, una riduzione delle imposte e delle tasse, che dovrebbero colpire in misura mirata i grandi patrimoni e i consumi di lusso, ed un rigore verso le amministrazioni pubbliche, concentrando però l’attenzione verso quelle che sperperano.
Occorre però prioritariamente intervenire efficacemente sugli aspetti che minano alle radici la percezione di socialità e la capacità di condividere i sacrifici, tanto difficile da radicare nel nostro Paese, rafforzando da un lato il contrasto all’evasione fiscale, la criminalità, alla corruzione e valorizzando dall’altro il merito e la qualità dei servizi e della produzione, con politiche chiare e impegno delle istituzioni ma anche con un cambiamento culturale.
Alessandro Ruggieri
Direttore del dipartimento di Economia e impresa – Università della Tuscia
