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“Arsenico, è emergenza per la salute”

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Stefano Grego, docente dell'Università della Tuscia

Stefano Grego, docente dell'Università della Tuscia

– “L’arsenico è un problema giovane, che nasce appena 20 anni fa”. Quando da semplice elemento della tavola periodica di Mendeleev diventa un veleno per l’umanità.

A spiegare la situazione è Stefano Grego, docente di chimica del suolo del dipartimento Dafne dell’Università della Tuscia, che da tempo studia gli effetti dell’arsenico sul suolo. “L’arsenico è inodore – dice -, insapore e dà origine spesso a malattie asintomatiche. Ma non significa che non sia un problema. Anzi, è un grosso problema”.

In Italia la situazione è peggiorata negli anni scorsi, diventando un’emergenza dal 1 gennaio 2013, quando l’Unione europea ha dichiarato non potabile l’acqua di 128 Comuni d’Italia. In questi paesi l’arsenico supera i 10 microgrammi per litro, soglia limite per i parametri dell’Ue. A Viterbo la situazione non è delle migliori. Qui i Comuni colpiti dall’emergenza sono 54 su 60, e per 220mila abitanti l’acqua del rubinetto non è più potabile.

Il provvedimento della commissione europea riguarda diversi comuni della penisola sparsi da Nord a Sud. Senza fare distinzioni particolari.

Un problema non solo della Tuscia e dell’Italia?
“Tutt’altro. Riguarda 20 milioni di persone nel mondo. In Bangladesh e in India è un’emergenza da 20 anni. Si è parlato addirittura di crisi arsenico per queste popolazioni. Il problema, in queste zone del mondo, è scoppiato negli anni ’90, quando la popolazione ha iniziato ad ammalarsi. Ma l’arsenico è presente anche in Alaska, in Africa, in Australia e in America…”.

Cosa accusavano gli ammalati?
“All’inizio malattie intestinali, poi patologie ben più gravi (studi scientifici parlano di tumori, malattie delle pelle e all’apparato riproduttivo ndr). Ma stiamo parlando di zone dove la concentrazione di arsenico nell’acqua è di 50 – 60 parti su milione (nella Tuscia si parla di 10 parti su miliardo, ndr). Una concentrazione altissima che avvelena e che ha fatto scattare l’allarme e prendere delle precauzioni. In Bangladesh e in India inoltre il problema non era solo l’acqua ma anche i prodotti della terra. Il riso ad esempio era contaminato. In Italia ovviamente non siamo a questo punto”.

Che tipo di precauzioni si possono prendere?
“Partiamo dal presupposto che l’arsenico è un elemento presente da sempre nel Mondo e quindi non si può eliminare. Quando è statico però non crea alcun problema. Diventa pericoloso nel momento in cui diventa mobile”.

E cosa lo rende mobile?
“Irrigazioni, scavare pozzi senza aver fatto le giuste analisi. Smuovere il suolo senza prestare attenzione ai substrati che non devono essere toccati”.

Ma come si può risolvere il problema?
“Per l’acqua l’unica soluzione sono i dearsenificatori. Per i terreni invece potrebbe bastare arricchire il suolo con sostanze organiche come quelle che provengono dal compostaggio. La raccolta differenziata in questo caso è una ricchezza”.

Allo stato attuale si può parlare di emergenza per la Tuscia?
“Sicuramente sì. E bisogna fare qualcosa. Il warning non è stato lanciato in maniera ponderata. Bisogna far capire cosa si rischia e cosa si può fare. La gente non percepisce il problema che invece c’è. Si continua a dire “ma cosa cambia rispetto all’acqua che abbiamo sempre bevuto?”. In realtà cambia molto, perché anni fa l’arsenico non era presenta nell’acqua con queste percentuali. La situazione è peggiorata recentemente e l’Ue ha aspettato tanto che l’Italia si mettesse in regola con i parametri ma non è stato fatto molto, ora ovviamente ci ha chiuso ogni possibilità di deroga. Ma solo perché il problema è reale”.

Maria Letizia Riganelli


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