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Il centrodestra è bravo solo a non decidere

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Filippo Rossi

Filippo Rossi

Riceviamo e pubblichiamo – Nel 1995 ho votato Marcello Meroi. Nel 1999 ho votato Gabbianelli. Nel 2004, non contento, ho rivotato Gabbianelli. Nel 2008 ho votato Giulio Marini.

Perché? A posteriori, non so dare una risposta convincente. Lo ammetto: sono un elettore deluso. E amareggiato. In fondo, da destra, erano scelte (quasi) obbligate.

Il bipolarismo forzato degli ultimi vent’anni ci ha portato a scegliere in quale campo stare non in base a valutazioni sulla qualità dei programmi e delle persone incaricate di realizzarli, ma solo in base a criteri di appartenenza, a prese di posizione tanto rozze quanto superficiali.

Non scelte, quindi. Ecco, dopo lo spettacolo dato in questi anni dagli amministratori che io stesso ho contribuito ad eleggere, davanti alla dissoluzione di uno schema politico che doveva traghettare l’Italia nel futuro e l’ha invece bloccata in un’eterna transizione, credo sia arrivato il momento di scegliere per davvero. Credo sia arrivato il momento di passare dalla delega in bianco all’azione diretta, dalla scelta ideologica alla scelta sulle “cose da fare”.

E sulle “cose da fare”, la classe dirigente del centrodestra cittadino in questi ultimi anni si è distinta nell’arte del non decidere. Non è tanto questione di nomi quanto di metodo, di un ingranaggio infame che coinvolge tutti: bravi e meno bravi, onesti e disonesti.

Una melassa partitocratica e correntizia che ha bloccato chiunque volesse cercare di cambiare qualcosa. Avete presente il problema arsenico? Per dieci anni non è stato risolto, negando ciò che era noto a tutti e rimandando le possibili soluzioni. La logica ferrea dello struzzo. E avete presente il caso aeroporto?

Per anni se ne è parlato, dispensando illusioni, come se dovesse essere un’infrastruttura “per Viterbo” e non – come bisognerebbe ammettere con semplice lucidità – per la capitale e per l’Italia. Oggi che, vista la crisi di passeggeri di Fiumicino, l’aeroporto non ha più alcun senso, qualcuno se la prende come un bambino viziato al quale hanno tolto la Nutella. Io sono tra quelli che pensavano che lo scalo potesse diventare un’occasione di crescita per tutta la Tuscia: una occasione, però, non la soluzione di tutti i mali.

Tra bugie e speranze, la politica viterbese ha rinviato quel che si poteva fare e promesso quel che non si poteva. E così Viterbo in questi decenni non è cresciuta come avrebbe potuto. Come avrebbe meritato. Viterbo in questi anni è rimasta chiusa nel suo guscio sempre meno dorato e sempre più stretto.

Viterbo in questi anni è stata dimenticata dai suoi stessi amministratori, ridotta a campo di battaglia per altre sfide, altri interessi che col “bene comune” avevano poco a che fare. Il centrodestra si è trasformato, da possibile area di una “nuova politica”, in un apparato da difendere con le unghie e con i denti, in una garanzia per rendite di posizione e interessi particolari, in cui veniva premiata la fedeltà anziché il merito, l’appartenenza al posto della competenza.

Oggi le cose possono cambiare. Con il crollo del vecchio sistema si aprono, a livello nazionale e a livello locale, nuovi spazi per offerte politiche costruite sulle migliori esperienze civiche e non sui peggiori retaggi partitocratici.

Per questo, per entrare in questo “varco” e innescare il cambiamento anche nella nostra città, ho scelto assieme a tanti amici di mettermi in gioco. Non è possibile costruire il cantiere di una nuova politica sul terreno in cui ancora vacillano i resti di quella vecchia: sul campo del centrodestra berlusconiano, su quel che resta di quegli apparati, non si può impiantare una nuova speranza.

Ci sono praterie che aspettano di essere percorse, ci sono cittadini che hanno voglia di fare politica cercando nuovi riferimenti, nuovi orizzonti.

È arrivato il tempo di scegliere, per tutti. Aiutiamoci a cambiare la nostra città. Viva Viterbo.

Filippo Rossi


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