– Se una conferma eclatante e spettacolare era necessaria per certificare la complessità e le difficoltà dei nostri tempi postmoderni, mi sembra che le dimissioni di papa Benedetto XVI si prestino perfettamente alla bisogna. Si è detto che la postmodernità ha reso tutto imprevedibile, precario, incerto: bene, queste dimissioni hanno disorientato e sconcertato almeno due o tre miliardi di persone, contribuendo a rendere sempre più fragili certi loro punti di riferimento.
L’ultimo papa che spontaneamente aveva espresso la volontà di dimettersi, Celestino V (altri lo avevano fatto prima di lui, altri lo fecero in seguito, ma spinti o minacciati), aveva motivato il suo gesto con l’impossibilità di fare il capo della cristianità, piuttosto che l’improbabile arbitro di una colossale rissa tra cardinali francesi, tedeschi e romani. Non a caso, tempi duri, incerti anche quelli (qualche decennio prima Viterbo era diventata famosa per aver ospitato i conclavi più lunghi della storia).
Questi primi anni del nuovo millennio stanno mettendo a dura prova la chiesa cattolica; accuse di coprire la pedofilia, di rimestare nel torbido della finanza, di aggrapparsi dogmaticamente alla tradizione piuttosto che aprirsi alla novità di un mondo che cambia, episodi di sottili e letali lotte interne per il potere. Al di là del recente scandalo del maggiordomo di papa Ratzinger, va detto che in prima fila nelle librerie fanno bella mostra di sé decine di instant book che denunciano questa o quella turpitudine tra le mura vaticane, arricchendo innanzitutto il portafoglio dei loro baldi autori. Il sociologo non cattolico Philip Jenkins ha lamentato come il politically correct sembri non applicarsi ai cattolici, contro i quali sarebbe lecita qualsiasi forma di odio e di disprezzo.
Ciò nonostante, il vecchio segretario di papa Woytyla, il cardinale Stanislaw Dziwisz, ha criticato Ratzinger osservando che “dalla croce non si scende”, con riferimento al papa polacco che è rimasto sul suo scranno anche quando la malattia lo stava devastando. Altri tempi: Giovanni Paolo II era un “divo” carismatico che infervorava credenti e non credenti, ed era supportato silenziosamente, alle spalle, proprio dal genio teologico di Ratzinger.
Ma Benedetto XVI, un papa teologo poco avvezzo alla popolarità, fermamente intenzionato a mantenere dritta la navicella dell’ortodossia cattolica di fronte ai venti di tempesta di un mondo in trasformazione, non ha goduto né della stessa popolarità del predecessore, né dell’appoggio forte di un personalità ecclesiastica che gli guardasse le spalle. Anzi, semmai ha trovato un covo di vipere, pronte a saltargli sul collo persino tra le sue carte private.
Ha scritto il papa nel 2010: “non solo da fuori vengono attacchi al papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa… oggi lo vediamo in modo realmente terrificante, che la più grande persecuzione della Chiesa non viene dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chiesa…”
Un filosofo marxista della statura di Giuseppe Vacca considera Ratzinger il personaggio intellettuale più importante dell’Europa contemporanea, ma è destino che chi sa e discerne spesso è proprio colui che si fa più nemici fra i mestatori del potere, tra i populisti, gli affaristi e gli opportunisti.
L’impotenza di Ratzinger, tuttavia, non si è manifestata solo di fronte alla sottile, feroce divisione che si è andata rivelando nelle segrete stanze vaticane, per certi versi simile a quella che disorientò un eremita solitario come Celestino. Il fatto che un pontefice teologicamente possente come Ratzingter getti la spugna dipende sì da non aver trovato adeguato supporto, ma dimostra anche chiaramente quanto sia oggi delicata e precaria la posizione della chiesa cattolica, quanto siano agguerriti gli avversari, quanto sia complesso il disegno dell’ecumenismo, come si stia rivoltando la struttura stessa del cattolicesimo, oggi da recuperare più nelle sue vecchie roccaforti europee, ormai sbriciolate, che a quei confini della Terra – Africa, Asia, Americhe – verso cui Gesù aveva mandato i suoi apostoli, come pecore in mezzo ai lupi. Oggi, drammaticamente, i lupi non sono fuori del recinto del gregge ma – nelle parole stesse del papa – si aggirano al suo interno, magari dissimulati da un vello di lana sulle spalle, come Ulisse che voleva gabbare Polifemo.
Se un papa è costretto a dimettersi non è perché la sua vecchiaia gli impedisce di “governare”, ma perché governare sul soglio di San Pietro oggi non è “impresa per vecchi” e forse neppure una “impresa per studiosi”. Mai come oggi, evidentemente, la posizione della chiesa cattolica è divenuta tanto delicata; se non fosse allo stremo, più di quanto spesso i cattolici stessi suppongano, non sarebbe accaduto che un papa si dimettesse dal soglio di Pietro.
Forse sarebbe ora che tanti parroci, la domenica, si impegnassero un po’ di più nelle loro omelie, lasciando stare l’ormai logoro e ripetitivo “state buoni se potete” e si assumessero di nuovo la responsabilità di una intemerata etica e religiosa fondata sulle cose, sui problemi, sul confronto con il mondo vero.
Probabilmente si sente ancora la necessità di un pontefice energico, carismatico, mediatico direi, in grado non solo di tagliare i fili di certe sciagurate trame interne, ma anche di “combattere sul campo” e, se ce ne fosse bisogno, di godere delle forze necessarie per cacciare i mercanti dal tempio e per costringere gli altri a chiedersi che cosa, e quale, sia effettivamente la verità.
Francesco Mattioli

