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Viterbesi nelle finanze vaticane…

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

– Di Benedetto XVI a Viterbo resta un ricordo di mitezza in chi, nel marzo del 2009, lo invitò nella Tuscia e si trovò poi – il 6 settembre nel chiostro della Quercia e per iniziativa del vescovo Chiarinelli – a coglierne il compiacimento per l’attenzione al legame di scienza e fede tra Joseph Ratzinger da Monaco e Bonaventura da Bagnoregio.

Mitezza, però, virile, con lo sguardo sereno e diretto, rivelatore di trasparenza rigorosa e capacità di decisioni forti.

Come da ultimo, quella di mettere il sigillo sulla nomina di un tecnico, scelto col metodo della selezione dei manager, alla guida dello Ior, l’istituto che è più di una banca e meno di essa, se la comunità finanziaria internazionale stenta ad accettarla.

Non ci sarà, però, da attendere molto per dare trasparenza alle finanze di uno stato in cui il denaro è stato troppo assimilato a mammona, con le sue lusinghe e i suoi peccati, anziché al concime necessario a dar benessere, specialmente a chi ne ha meno.

Un mondo in cui non pochi uomini della Tuscia ebbero ruoli importanti. Da debitori (Carlo Pecci, nipote di Leone XIII ipotecò un terreno a Viterbo per un credito che poi non pagò) o addirittura come cattivi consiglieri: Umberto Ortolani, massone della loggia P2 che con Gelli, Sindona e Calvi è all’origine del crack finanziario dello Ior, nacque Viterbo nel 1913.

Altri viterbesi, invece, furono risanatori e organizzatori delle finanze vaticane.

Agli inizi del ‘900, quando la bolla immobiliare e il credito facile nella Roma dei piemontesi le portarono sull’orlo del tracollo, non fu chiamato un tecnico, ma monsignor Mario Mocenni, il quale – racconta Benni Lay, il maestro dei vaticanisti – “circolava con una frusta papalina in testa, l’abito sgualcito, una vecchia pipa in mano e dava del tu a tutti, come usava nella provincia di Viterbo in cui era nato”.

Fu lui a rimettere in ordine i conti, a ristrutturare i debiti concordando i piani di rimborso e a coinvolgere finanzieri stranieri, in ciò consigliato da un altro viterbese di Gradoli, Domenico Ferrata, nunzio in Francia e, in seguito, cardinale segretario di stato.

Mocenni ricevette in premio la porpora cardinalizia, come nel 1969 avvenne per Sergio Guerri di Tarquinia, il quale – scrisse nel suo diario Giovanni XXIII – “ è il deus ex machina dell’amministrazione materiale del Vaticano, che è vastissima e complessa, affidata al Signore e alla saggezza di chi la dirige”.

Dopo di lui, un altro uomo della Tuscia guidò la Prefettura degli affari economici della Santa Sede a ridosso del costoso Concilio Vaticano II. Fu il cardinale Egidio Vagnozzi, legato a Vitorchiano. Per anni era stato ambasciatore del papa in Usa e tra i primi avvertì dei pericoli cui avrebbe esposto lo Ior monsignor Marcinkus, sul conto del quale preparò un documentato dossier che, per prudenza, depositò presso un avvocato di Zurigo.

Una storia ricca di altri nomi e benemerenze, sulla quale un‘università davvero inserita nell’humus storico culturale del territorio potrebbe fare studi. Magari, insieme alla diocesi.

Renzo Trappolini


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