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Conclave, uno sguardo indietro per andare avanti…

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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini

– Conclavi. Si potrebbe partire dal 1270, ma è meglio affidarsi ai ricordi, alle immagini e agli uomini visti.

Da quando, cioè, fu eletto Angelo Giuseppe Roncalli, che si chiamò così in memoria del padre e della parrocchia in cui l’avevano battezzato e, poi, perché c’era stato un antipapa con lo stesso nome e lui, storico, voleva rimetter le cose a posto.

In Sistina, i voti tra lui e Gregorio Pietro Agagianian – un armeno che parlava romanesco perché nella capitale dall’età di 12 anni – “saltavano come i ceci nella pila che bolle”, dirà l’eletto. Alla fine, i cardinali di curia, ottenuto che segretario di stato sarebbe stato nominato monsignor Tardini – che è sepolto in un convento di suore a Vetralla – lo votarono.

Suo grande elettore fu Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova e cardinale a soli 47 anni. “Quando, fu tutto finito, raccontò poi, andai dal cardinale Tappouni e chiesi una sigaretta. Di quelle lunghe, orientali”.

Siri- gran protettore del genovese Boccadoro, vescovo di Viterbo e, prima, di Montefiascone – entrò da papa in quattro conclavi e quattro volte ne uscì senza l’abito bianco. Nel 1958, lo bloccò l’età. Si giustificò il romano cardinal Ciriaci: “Dobbiamo eleggere un Padre santo, non un Padre eterno!”.

Quando, nel 1963, toccò a Paolo VI – col quale non era andato mai d’accordo ( glielo avevano proposto pure nel precedente conclave, sebbene non fosse cardinale, e lui diede un pugno sul tavolo rompendo la pietra dell’anello episcopale) – Siri osservò che molti dei cardinali che non lo votarono dovevano la loro carriera a monsignor Montini, quando questi era il braccio destro di Pio XII, prima, cioè, di esser trasferirlo a Milano a causa delle male lingue del Palazzo che l’accusavano di simpatie “sinistrorse” ( in verità, nient’altro che apertura a novità che arrivavano dai giovani dell’Azione Cattolica e consueta promozione ma con rimozione).

Dicono che l’elezione di Paolo VI, comunque, fosse stata preceduta anche da un incontro di cardinali importanti a Grottaferrata, nella villa del viterbese Ortolani, tesserato alla P2 e socio in affari di Sindona e Calvi.

A Paolo VI – il quale in gioventù s’incontrava con De Gasperi a Ronciglione, nella villa dell’ amico di famiglia onorevole Longinotti (suo sponsor in Vaticano) – successe Albino Luciani, papa per 33 giorni, eletto dopo che gli italiani si erano divisi tra Siri e il montiniano cardinale Benelli.

Rappresentavano, i due, posizioni diverse sul modo di governare la Chiesa e le mantennero anche nel conclave successivo, nel quale, dicono, avrebbe prevalso il genovese se l’intervista da lui rilasciata a un giornale fosse stata pubblicata, secondo gli accordi, dopo la clausura dei cardinali, che così non avrebbero potuto leggerla. Uscì invece il giorno prima dell’extra omnes e Siri non ottenne la tiara.

Per superare l’empasse i cardinali si indirizzarono, infatti, verso un non italiano, l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, preferito al più anziano connazionale Wyszinsky, il quale, quando gli riferirono dell’orientamento verso un polacco, si schermì pensando, troppo frettolosamente, che si riferissero a lui.

Allora non c’erano le stanze dell’albergo Santa Marta per i cardinali, ma uffici, ripostigli, o addirittura separè, trasformati in scomode celle, servizi igienici da usare a turno, porte e finestre ermeticamente sigillate. Disse, il cardinale Oddi: ”Crepavamo dal caldo e alcune eminenze erano al collasso. Così i disagi accelerarono l’accordo”. Che fu, poi, rapidissimo, quando, otto anni fa, fu la volta di Ratzinger.

E ora? Al di qua e al di là del Tevere si eleggono i vertici. Ma dietro le mura leonine, faranno prima.

Renzo Trappolini


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