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E se la crisi fosse un’opportunità?

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Alfonso Antoniozzi

– Durante la mia ultima trasferta giapponese, mentre tentavo di districarmi con una cultura che certo non è affine alla nostra e lottavo contro l’ostinazione di quel popolo a non voler parlare un’altra lingua che non sia la propria (il che non rende semplicissima la vita del visitatore, figurarsi quella di chi viene invitato per prendere le redini di uno spettacolo d’opera) ho imparato una cosa estremamente illuminante.

Come certamente molti di voi sapranno, la lingua giapponese si scrive per ideogrammi, ovvero per segni che rappresentano un’idea. Ebbene, l’ideogramma giapponese per la parola “crisi” è formato da due sottoideogrammi: quello per la parola “problema” e quello per la parola “opportunità”.

Dunque, per i giapponesi, la crisi non porta con sé necessariamente un’ idea negativa, ma anche un significato positivo, una prospettiva di rinascita. E’ una “vox media”, come lo era la parola “fortuna” che per i latini poteva indicare sia una catastrofe che un inaspettato sorriso della vita.

In Giappone pare, a basarsi sul loro ideogrammi, che la crisi non si limiti soltanto a essere una sciagura, un crollo degli antichi sistemi, ma sembra che allo stesso tempo venga percepita come un periodo di ripensamento e come un’occasione di crescita. Tutto dipende, immagino, da come la si affronti.

Nella nostra cultura, come tutti sappiamo, la crisi viene invece percepita come una catastrofe, come un ostacolo ai nostri sogni, come un problema che ci mette con le spalle al muro e ci impedisce di vivere la vita così come l’avevamo progettata.

E’ forse però il caso di soffermarci a pensare su quanti dei nostri progetti fossero davvero irrinunciabili. Se torniamo indietro di pochi anni, diciamo una trentina, nessuno di noi avrebbe mai pensato che fosse una condizione irrinunciabile la vacanza in terre lontane, il terzo telefonino portatile, il quarto televisore, la doppia o tripla auto, le fragole e i meloni in dicembre.

Eravamo contenti della nostra casa in affitto al mare a quaranta chilometri da qui, la frutta era di stagione, l’automobile era una, il telefono a muro e magari col duplex, il televisore in bianco e nero e acceso solo la sera. Non ricordo di essere stato infelice per questo, anzi forse c’era un piacere superiore, un gusto maggiore nel potersi, dopo qualche sacrificio, concedere anche qualche piccolo lusso.

Quando sento dire da molti politici locali e nazionali che “non ci sono i soldi” per via della crisi, non posso fare a meno di pensare che forse i soldi ci sarebbero se solo si abbandonasse la mentalità amministrativa cui ci aveva abituato il nostro passato di relativa prosperità e si imparasse proprio dalla crisi a pensare la redistribuzione delle risorse in maniera innovativa, partendo dai bisogni primari e in considerazione del fatto che dei beni voluttuari potremmo temporaneamente e tranquillamente fare a meno in attesa di tempi migliori.

Le nostre esigenze, come singole persone prima, come cittadini poi, sono un’infinità: visto che viviamo in un periodo di crisi forse sarà il caso di stabilire quali siano prioritarie e quali possano essere rimandate. E forse sarà anche il caso che noi stessi, come chi ci amministra, riusciamo a cogliere l’opportunità che la crisi ci regala per imparare a pensare fuori dagli schemi che ci hanno guidati fin qui, perché è evidente che certi schemi non sono più applicabili se misurati con la dura realtà dei fatti.

Penso anche che sia arrivato il momento, come mi è capitato di dire spesso, di smettere di pensare al comune come a un ente assistenziale che debba necessariamente risolvere i nostri problemi mentre noi aspettiamo la manna dal cielo come dei sudditi qualsiasi, e imparare a essere davvero cittadini: il suddito non aspetta altro che di esser governato, il cittadino è uno che si domanda che cosa può fare per la comunità in cui vive.

Sono convinto che soltanto se si ridiscutono seriamente le regole del gioco, inventando una collaborazione tra cittadini e amministrazione, sapendo di poter contare sull’appoggio di tutti indipendentemente dalle convinzioni politiche di ciascuno, stabilendo insieme quali siano le priorità della nostra comunità senza aspettare che altri le decidano per noi, insomma prendendo atto del fatto che “il comune siamo noi” si possa uscire a testa alta e col sorriso sulle labbra da questo periodo di crisi.

Non è più il momento delle divisioni, degli attacchi, delle polemiche e nemmeno degli interessi personali e forse nemmeno delle ideologie: riserviamoceli (come ogni cosa superflua) per i periodi di prosperità. C’è la crisi: è una stupenda opportunità per riscoprire collaborazione, condivisione, sobrietà, gratuità e solidarietà, anche se questo volesse dire andarsene a piedi da Valle Faul al Duomo per un’altra decina d’anni e magari mandare i propri figli a scuola per conto loro senza fargli da servizio taxi col suv, il che francamente non ha mai ammazzato nessuno.

Come diceva Rodolfo De Angelis, non giapponese ma romanissimo, in una sua canzonetta scritta quasi un secolo fa: “Ma cos’è questa crisi? Rinunciate all’opinione della parte del leone e si sa che la crisi passerà”.

Alfonso Antoniozzi


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