– “Fa’ le cose per bene perché io ti ammazzo. Sono il padre di un assassino”.
Sarebbe questa la minaccia che Enrico Esposito avrebbe rivolto ad Augusto Pesci, testimone al processo per il giallo di Gradoli. La vicenda è tristemente nota: il 30 maggio 2009 spariscono da Gradoli Tatiana ed Elena Ceoban, madre e figlia moldave di 36 e 13 anni. Del duplice omicidio sono accusati l’elettricista Paolo Esposito e la badante Ala Ceoban, cognati e amanti, condannati lui all’ergastolo e lei a otto anni per favoreggiamento.
Dopo l’elettricista, sono finiti a giudizio anche i suoi genitori Enrico Esposito e Maria Lorenzini. Ai due pensionati si contesta il reato di intralcio alla giustizia. Secondo il pm Renzo Petroselli, già titolare delle indagini sul giallo di Gradoli, marito e moglie avrebbero cercato di influenzare un testimone. Augusto Pesci, appunto. Membro dell’ex circolo An di Gradoli, che aveva sede in un piccolo locale di proprietà degli Esposito.
Proprio Pesci, ieri mattina, ha testimoniato in aula a Montefiascone, alla sezione distaccata del tribunale viterbese. Davanti al giudice Italo Ernesto Centaro ha ripetuto la frase che gli avrebbe rivolto Enrico Esposito appena prima di testimoniare al processo Gradoli: “Fa’ le cose per bene perché io ti ammazzo. Sono il padre di un assassino”. Parole che l’accusa legge come una vera e propria minaccia. Gli avvocati Enrico Valentini e Mario Rosati minimizzano, ritenendo che quella frase non fosse stata pronunciata con intento intimidatorio.
Dopo di lui, sul banco dei testimoni, l’ex sindaco di Gradoli Gerardo Naddeo, medico e amico di famiglia degli Esposito. Pesci sarebbe andato da Naddeo, la sera stessa della sua testimonianza, per farsi dare un tranquillante.
L’udienza è aggiornata al 4 luglio, quando parleranno gli Esposito.




