Riceviamo e pubblichiamo – La libertà di espressione è garantita dall’articolo 10 della “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo” e dall’articolo 21 della Costituzione, ma, come per avere ragione in tribunale, devi comunque trovare il famoso “giudice a Berlino”, similmente, per veicolare il tuo pensiero, devi incontrare editori intelligenti, liberali e liberi, affare non da poco…
Posto che queste righe vedano la pubblicazione, da semplice cittadina, ma interessata al mio presente e al futuro più o meno prossimo, vorrei condividere con gli eventuali lettori – spero qualcuno in più dei quattro di manzoniana memoria – alcune semplici riflessioni sulle recenti elezioni politiche, per favorire un dibattito delle idee, auspicabilmente civile e costruttivo, magari stimolare qualche attapirato addetto ai lavori, che non ha ancora ripreso coscienza di sé e si aggira muto come un pugile suonato.
Alcuni costituzionalisti fantasiosi hanno definito la situazione che si è creata come la “tempesta perfetta”, ovvero un apparente blocco istituzionale, dal quale non si vede la via d’uscita. Così, per fortuna, non sarà, poiché le esigenze di “realpolitik”, metteranno all’angolo sia i pasdaran votati al tanto peggio tanto meglio, sia i depressi cronici, che scambiano il suicidio come una soluzione salvifica.
Intanto, cerchiamo di capire cosa è successo. Per come stanno le cose, il bipolarismo è stato sostituito da un tripolarismo bizzarro, poiché tutti guardano con desiderio e terrore alla pattuglia dei cosiddetti centristi, oggetto del desiderio, ma paragonabile alla morte nera, per la pericolosità intrinseca che un avvicinamento ad essi costituirebbe per qualsiasi dei componenti del tripolo.
Parallelamente, un’eventuale “conventio ad escludendum” di due poli nei confronti del terzo, costituirebbe un’unione incestuosa che, nel medio-breve periodo, provocherebbe un’emorragia di consensi per i due uniti ed un travaso di voti a favore dell’escluso.
A questo punto, qualche frettoloso interlocutore potrebbe definire la mia analisi come quella dell’anatomo patologo, il quale certifica un decesso (istituzionale) avvenuto, oppure – non manca mai – qualche opinionista disperato, strepiterà innervosito che non è lui che ha sbagliato, bensì gli elettori che non capiscono…
Ironia a parte, occorre prendere atto che il cittadino elettore è tutt’altro che stupido e che il voto riflette quasi sempre gli umori, le opinioni e le delusioni della gente, dalle quali, finché permane un sistema democratico, non si può prescindere ed è solo parzialmente possibile manipolare.
Un certo modo di fare politica ha incrinato il rapporto tra la popolazione ed il palazzo, tra elettori ed eletti. Dare per inevitabili alcune scelte incomprensibili e dannose, senza consultare gli aventi diritto, sono stati errori colossali, che rischiano di costituire un punto di non ritorno. Così come la perdita di una chiara identità e condivisi valori, in nome del tirare avanti, è la causa di fondo della confusione degli elettori fidelizzati e il montare esponenziale del voto di protesta (voto a te per non votare quelli).
Come hanno potuto partiti tradizionali ignorare il fenomeno populistico dei pentastellati, di un Grillo che incanala la protesta disperata di chi sta sempre più male e non c’è un cane (politico) che lo ascolta e tenta di fare qualcosa di concreto in tempi reali?
Come non si è capito in tempo, magari utilizzando i report dell’intelligence, che su di lui sarebbero confluiti i voti di frange interessate a strumentalizzare il malessere, provocando caos e instabilità a fini antagonistici ed eversivi? Come hanno potuto avallare, a destra e a sinistra, il golpe Monti, affidando, con colpevole ignavia ed imperdonabile miopia, ad un elettoralmente irresponsabile, le sorti di uno Stato, tacendo sul disastro annunciato generato da politiche erronee, asservite soltanto agli interessi di circoli finanziari elitari e centri di potere oscuri?
Come si è potuto permettere il ricorso inconsulto alla leva fiscale in un periodo di crisi, contravvenendo a principi basilari dell’economia? Come si è potuto tentare di truffare i cittadini non dicendo loro, chiaro e tondo, che il governo cosiddetto tecnico aveva fallito, peggiorando tutti, nessuno escluso, gli indicatori economici?
Il sistema democratico è farraginoso, talvolta inefficiente ma, salvo che non si desideri un nuovo “uomo della provvidenza”, che potrebbe stare già pronto, dietro alle porte spalancate dalla nostra disattenzione – nostra perché lo stato è di tutti noi cittadini, non di chi è chiamato “pro tempore” a gestirlo – credo che si dovrebbe riflettere sull’accaduto.
La via maestra, l’unica per garantire stabilità e governabilità (si rammentino i governi balneari della prima repubblica), è un bipolarismo finalmente compiuto e maturo, che si alterna pacificamente, sulla base dei programmi e delle contingenze temporali, rispettoso della controparte, che non può essere reputata un nemico da abbattere con qualsiasi mezzo, che consideri il bene comune, l’interesse del cittadino, la convenienza nazionale, come il faro su cui orientare ogni decisione, che va spiegata e fatta comprendere.
La finanza non può costituire la ragione della povertà crescente di molti; la politica non può diventare una comoda sinecura per personaggi che, al di fuori di essa, difficilmente riuscirebbero a mantenere se stessi; la magistratura non può continuare ad essere un potere autoreferenziale e oggettivamente inefficiente, che pretende di subordinare gli altri poteri, rifiutando per sé ogni controllo.
Queste riflessioni sono di comune buon senso, scevre da banali concetti di appartenenza, condivisibili dalla maggioranza del paese, composta da persone perbene, anche se con idee e sensibilità diverse, che vorrebbero poter contare su un Governo realmente utile, che odiano lo stato di polizia, che non vogliono essere considerate sospette a prescindere, che pensano che i diritti e i doveri, previsti dal contratto sociale, non siano concetti privi di significato, che ritengono che il benessere diffuso non debba essere un’utopia, che sono disposte a pagare tasse purché eque, che desiderano finalmente vivere in un paese normale e non normalizzato da loschi figuri.
Posso solo stimolare una discussione, senza alcun secondo fine, utile anche alla città che verrà, non ho ricette specifiche da offrire, se le avessi, sarei (forse) a palazzo Chigi o al Quirinale, entrambi prossimi a cambiare inquilino, per chi fosse interessato… I partiti politici riprendano a fare il loro lavoro seriamente, si riapproprino della loro identità, si adeguino ai tempi, mandino i loro esponenti tra la gente comune, non snobbino fenomeni reali, non guardino con sufficienza i propri e gli altrui elettori e forse, ma solo forse, una tempesta perfetta non si trasformerà nello tsunami finale.
Antonella Bruni
