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– “La verità viene sempre a galla”. Non trova altre parole la donna assolta dall’accusa di aver tentato di uccidere il figlio di cinque anni.
Per lei, V.U.A., 50enne nigeriana, finisce un calvario durato tre anni. E’ il 2 febbraio 2010 quando la polizia la arresta per tentato omicidio. Una pattuglia della volante trova due macchine sulla Tuscanese. Una è della donna. L’altra, di un passante che si era fermato per prestare soccorso. A terra in un lago di sangue, c’è il bambino, che arriva al Gemelli con il volto tumefatto, lesioni al fegato e una ferita alla testa profonda dieci centimetri. Ma sopravvive.
Nessuno sa dire cosa o chi lo abbia ridotto in quello stato. Fino a un minuto prima era in macchina con la mamma, che poi ha accostato per fargli fare pipì. Resta un mistero cosa sia successo in quegli istanti nel buio, in aperta campagna. Il pm Renzo Petroselli è convinto che a massacrare il bimbo sia stata la madre. Procura e squadra mobile battono subito la pista del tentato omicidio e ne ricostruiscono la dinamica: il piccolo è stato prima sbattuto sull’asfalto, poi colpito più volte con un oggetto contudente.
Una sequenza di azioni drammatica e folle attribuita alla madre, che per dieci lunghi mesi resta rinchiusa a Rebibbia. Poi il rovescio dell’incidente probatorio: la ferita del piccolo alla testa non è causata da un corpo contundente, ma da un oggetto lungo e piatto. Proprio come il cofano di una macchina. Per il perito è plausibile che il piccolo possa essere stato investito, volutamente o accidentalmente. Tracce del suo sangue vengono trovate sull’auto dell’uomo che si fermò a soccorrerli.
L’unica indiziata, però, resta la madre. Fino al processo di ieri, che termina con l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Quattro ore di udienza seguite da un uragano di emozioni.
Da un lato, la felicità di vedersi scagionati dopo tre anni di accuse. Dall’altro, il cuore spezzato per aver perso per sempre un figlio tanto desiderato. Sposati da vent’anni, marito e moglie erano già in età avanzata per un’adozione, ma erano risultati idonei, sconfiggendo anche la burocrazia. Quella terribile serata, però, ha cambiato tutto. “Gli assistenti sociali ce lo dissero subito – esplode il marito fuori dall’aula -: il bambino non lo rivedrete più. Vi sarà tolto”. E così è stato.
“Il processo non è stato vinto oggi, ma all’incidente probatorio”, dichiarano gli avvocati Fabio Federico e Alessandra Zena, che abbracciano commossi la loro assistita. “E’ la fine di un incubo”, dice il marito. Ma la procura, che aveva chiesto otto anni per lesioni gravissime, è già pronta a una nuova lotta. “Leggeremo e appelleremo”, afferma il pm Renzo Petroselli uscendo dall’aula. Le motivazioni della sentenza arriveranno entro un mese.
Stefania Moretti


