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Un percorso di vita che è come il gioco dell’oca

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Antonello Ricci

– Clemente è il decano dell’antropologia culturale italiana, un sardo trapiantato a Siena dagli anni ’70 (sotto trovate sua breve biografia). Questo suo breve intenso intervento, redatto in margine al racconto in versi “Fuori da dove”, è una fantasia tra letteratura e autobiografia sul nastro ondulato della cassia da Siena a Viterbo.

Sabato 23 marzo alle 18,30 a Siena presso la libreria “La Zona” in via Provenzano Salvani, 8 Pietro Clemente e Antonello Ricci duettano su “Siena città invisibile” dallo zoccolo di Guidoriccio alla dantesca Diana riflessioni in margine al nuovo racconto in versi di Antonello Ricci “Fuori da dove. Il ritorno”, edizione Effigi “La Cassia e il gioco dell’oca della vita” di Pietro Clemente.

Pietro Clemente, professore ordinario di antropologia culturale, ha insegnato nella scuola secondaria e poi nelle Università di Siena, Roma e Firenze. I suoi studi hanno riguardato soprattutto la cultura contadina, l’emigrazione, le forme del teatro e dell’arte popolare, vari temi della tradizione orale. Si è occupato di musei e di museografia.

I suoi terreni di studio sono stati prevalentemente la Toscana e la Sardegna. È presidente della Società Italiana per i musei e i Beni culturali Demo-Etno-Antropologici, membro della redazione di “Antropologia museale” e direttore dal 2003 della rivista “Lares”.


L’intervento di Pietro Clemente su “Fuori da dove”

All’automobile, mai amata, devo la gioia e l’ansia della strada che da Siena mi porta a sud. Ora ci sono meno curve, è mutata, più nella zona dell’Orcia, la più amata e la più curvilinea, che percorro dal settantatré. La strada che fa Anna in “Fuori da dove” di Antonello Ricci per tornare da Viterbo, dopo forse settant’anni, a Siena, io la faccio verso sud, e il suo percorso è come un gioco dell’oca.

Ad ogni sosta ho ricordi che furono esperienze, incontri: «Professore, ho buttato i quaderni dei canti e dei conti, nel trasloco del podere», mi hanno detto tanti contadini, dei quali ho cercato di salvare la memoria, contro di loro. Da Isola d’Arbia fino a Pienza ed a Chianciano ho cercato racconti, della resistenza, del teatro popolare, del maggio, della vita dei mezzadri.

E per musei ho cercato oltre il confine, Latera, Canepina, per dialoghi di Università, Viterbo. Musei a Monticchiello, a Buonconvento, e girando, a San Giovanni d’Asso. Sulla strada trovo la Rondinella, dove ci sono i fantasmi del liberty senese e la memoria di Letizia Franchina che li evocò. Più avanti si va per Montalcino, mia mamma ci portava le bambine, mie figlie, madri dei miei nipoti.

È una strada spesso solitaria e meravigliosa, che da anni penso con le parole di Mario Luzi, la recito come una litania. A Ponte a Tressa mi vengono incontro le poesie, l’epica delle piccole vite contadine che si fa roccia, bronzo, marmo, parola di Massimo Lippi. A San Quirico ricordo le sculture di Antìne Nivòla che veniva, come le pecore e i pastori che pascolano sulle verdi Crete, dalla stessa mia isola, la Sardegna.

Castiglion d’Orcia è il maggio, per dieci anni sono stato per i campi a seguire cantare i maggerini, il 30 aprile per la primavera. La ho trasvolata con un aereo da turismo per fare foto. Gallina è il luogo di un bar per i panini sulla strada, terra di contadini di pianura, militanti prudenti del Pci in anni lontani, anni di lotte che ho studiato, militanti diversi da quelli su del Vivo nello stesso paese, uomini di miniera.

Bagni Vignoni del film di Tarkovskij “Nostalghia” è la piscina del primo canto vagante del maggio che seguii, e vicino c’è quella dei tanti bagni caldi fatti guardando la Rocca d’Orcia. Rocca di Odile Redon, storica di Francia che mi ha spiegato le guerre del ‘200 quando quaggiù non era un mondo marginale, ma un centro di conflitti e di sfide.

Ma è sulla strada del ritorno a casa dalla Cassia, dopo essermi spinto a sud, lungo le tracce percorse da Chiara con nonna Anna in “Fuori da dove”, che ritrovo il mio primo incontro con Siena, che anche per me fu, come per Anna, quasi un miraggio:

Così vicina la città
quasi la tocchi
così lontana e chiusa
nella compiuta sua perfezione
te ne innamori a prima vista…

Come Anna ripasso, tornando, la parte della vita, quella che mi ha fatto mettere basi e forse croci lontano dal mio mare, dove la tramontana la chiamiamo maestrale. Siena “così lontana e chiusa” è la mia casa, è dove, come Anna, sono nonno e cerco di connettere il passato con il presente. I carri a buoi della mia infanzia e i contadini del Buon Governo.

Il Poetto della giovinezza e le spiagge toscane di una nuova età. Siena è cambiata e la sua compiuta perfezione è stata forzata come un gioiello dentro un anello di calce e di cemento. Si disfa dentro un tempo difficile che non è facile arginare.

Anche a me succede come ad Anna di ripassare le parole del Vecchio Marinaio:

A un’ora incerta
tutte le sere
sul fare del tramonto.

Pietro Clemente


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