- Viterbo News – Viterbo Notizie – Tusciaweb – Tuscia News – Newspaper online Viterbo – Quotidiano on line – Italia Notizie – Roma Notizie – Milano Notizie – Tuscia web - https://www.tusciaweb.eu -

Un premier prima deve essere leader

Condividi la notizia:

Matteo Renzi

Riceviamo e pubblichiamo – L’ultima prolissa, infinita, logorroica e per certi versi drammatica direzione del Pd post disastrum, ha registrato en passant come fatto minore, l’abbandono delle assise, senza proferir parola, di Matteo Renzi: “E’ giovane ed impaziente” ha chiosato benevolo Bersani; “E’ una scorrettezza” ribadiscono altri con accenti diversi.

A me pare che l’episodio meriti alcune riflessioni e qualche approfondimento.

Il sindaco di Firenze si è candidato a guidare il paese e implicitamente a dirigere il partito, che nella sua articolazione intermedia dei segretari di federazione (l’arma atomica di Bersani che stavolta ha fatto cilecca) si è espressa 106 su 108 contro di lui.

Renzi non ha parlato a quel centinaio di membri della direzione che si sono macerati per otto ore sulle otto proposte, cercandone il consenso, ma peggio li ha irritati snobbandoli.

Come si può pensare che nasca un nuovo premier senza che egli in tempi e condizioni date, non si affermi come leader, portandosi dietro almeno la maggioranza del proprio partito?

Proviamo a riflettere dall’inizio di questa vicenda; dalla rottamazione.

Saltiamo l’esegesi del termine; il punto è che in politica, ma del resto nella vita in tutte le sue manifestazioni, la rottamazione non si enuncia, non si chiede, ma si pratica.

Così per secoli si sono susseguite al comando le generazioni, con quello che Freud chiamava il superamento del complesso di Edipo; ricordate? Il giovane diventa uomo e per conquistare la madre che gli ha dato la vita, cioè per divenire adulto, deve uccidere (come avviene nella tragedia) il padre.

Non è che gli chiede di suicidarsi; deve ucciderlo, farlo fuori, eliminarlo con le proprie mani.

Nella vita familiare di tutti giorni, fuor di metafora, si trattava di affermare la propria autonomia e indipendenza, di opinioni e stile di vita, ma soprattutto economica e sociale; si usciva dalla casa e dalla famiglia per farne altre ad libitum.

Questo meccanismo di naturale ricambio generazionale si è interrotto con il sessantotto; la distanza tra generazioni, cultura, moda, consumi, si è assottigliata sino a omogeneizzarsi e nella dialettica padre figlio si è aggiunto un altro elemento famigliare, i nonni; o meglio i componenti decisivi della famiglia, padre e figli, madre e figli, si arricchiscono di un altro fattore, i nonni, che ci mettono le proprie risorse economiche, patrimoni e pensioni, ma anche i propri gusti e punti di vista.

Qualcuno l’ha definito welfare in house, monadi sociali chiuse e parecchio autosufficienti, in cui il conflitto edipico sfuma e si stempera in acquiescenza e routine, relegando il conflitto in ambiti residuali.

I figli in particolare, si trovano inermi, con genitori e tra breve, nonni, che vestono, parlano, ballano, ascoltano musica si divertono, proprio come loro.

L’età giovanile legalmente riconosciuta è oggi di 34 anni; quella della mia generazione era 29 anni; ma tende a salire e quindi tutte le convenzioni temporali si postano in avanti.

Ai miei tempi a sessant’anni c’erano i giardinetti, i nipoti e l’orto; oggi uno che muore ottantenne suscita sorpresa.

Che c’entra tutto ciò con Renzi? C’entra eccome perché altrettanto è avvenuto in politica e perché la “rottamazione” intesa come opzione e tesi partitica, non è che la variante della “cooptazione”, cioè l’unico sistema ammesso nella monade familista, stavolta di tipo politico, per regolare i rapporti di forza ed assicurare il ricambio fisiologico del personale dirigente.

Cioè: siccome non mi coopti, o non voglio essere cooptato, io, giovane emergente in cerca di affermazione, ne sono frustrato anche perché vedo nel sistema familistico dei sodali e dei fedeli al capo, tracce dei medievali vassalli, valvassini e valvassori; quindi ti sputtano e chiedo di farti da parte, oppure chiedo che altri te lo impongano.

Ma in tutto ciò manca il conflitto; come nelle liste di attesa della cooptazione, (Giuliano Da Empoli lo chiama la sindrome del principe Carlo d’Inghilterra in perenne attesa di succedere alla regina madre Elisabetta) così nella richiesta di rottamazione, la contrapposizione per un potere contendibile è spostata fuori dall’oggetto della contesa, che in questo caso è il partito; in altri termini lo strumento del cambiamento non sono le primarie, che verticalizzano lo scontro dando per scontato tutto ciò che passa tra vertice e base ed esemplificano sino alla banalizzazione i contenuti in contrasto, ma i congressi, dal comunale, al provinciale al nazionale, che determinano il cambio di linea, ma anche di personale politico.

Non si possono vincere le primarie senza avere dietro di se strutture ed articolazioni intermedie coese e convinte della direzione intrapresa; o meglio se le si vincono così, se avesse vinto Renzi, probabilmente un partito demotivato non avrebbe vinto lo stesso.

Del resto il vocabolo “giovane” deriva dal latino juven, che a sua volta deriva da juvare, adiuvare, cioè aiutare, essere utile; quindi la funzione del giovane, almeno etimologicamente, è quella di supporto ad una istanza principale, di coadiuvo ad un potere adulto già affermato, a meno di rotture rivoluzionarie molto serie ed inattuali.

Tutto ciò nel quadro dell’art.49 della Costituzione, cioè di una democrazia dei partiti politici.

Se si preferisce riferirsi ad altre forme di democrazia, assembleare, movimentista, informatica ecc. quanto detto ha poco senso, ma dal mio punto di vista ne deriverebbero forti motivi di preoccupazione.

Francesco Chiucchiurlotto


Condividi la notizia: