![]() Gelindo Bordin |
– Ironico, disponibile e alla mano. Insomma un uomo coi piedi per terra, anzi sulla terra. Piedi con i quali ha ottenuto grandi riconoscimenti nella maratona tra cui l’indimenticabile oro olimpico a Seoul nel 1988.
Una passione che Bordin, veneto doc del ’59, ha scoperto per caso negli anni della scuola. Oggi lavora per Diadora ma non ha abbandonato la corsa. Di tanto in tanto la voglia torna. E Bordin martedì 19 marzo sarà a Viterbo per una corsetta con gli sportivi che vorranno condividere con lui questa esperienza.
Partenza alle 13 dal Cus, in strada Riello. Il percorso si snoderà in direzione Castel D’Asso. Alla fine poi, l’ex atleta incontrerà gli appassionati da Di Marco sport, a piazza della Rocca, dove saranno anche presentate le nuove maglie di Diadora per la squadra.
Chi è oggi Gelindo Bordin?
“Sono direttore marketing di Diadora – dice Bordin – e mi occupo di tutta la categoria active, comprese le sponsorizzazioni, quindi il running, il calcio, il tennis e il ciclismo. Vivo a Biella, ma lavoro a Treviso. Faccio il pendolare e, da buon maratoneta, percorro tanti chilometri in macchina”.
Quali sono i suoi traguardi più importanti?
“Quello li ho raggiunti dall’86 con gli europei di Stoccarda, poi nell’87 il bronzo ai mondiali di Roma, nell’88 le olimpiadi di Seoul, la maratona di Boston nel ’90 e infine quella di Venezia.
Come e quando nasce la sua passione per la corsa?
“Ho iniziato a correre in maniera molto strana – ricorda -. Un giorno a scuola non avevamo portato l’abbigliamento per educazione fisica e il professore, per punizione, ci ha fatto fare una corsa intorno ai campi da calcio. Lì mi sono reso conto di andare fortissimo e ho iniziato la mia avventura. Prima giocavo a calcio in porta”.
Così ha iniziato a praticare l’atletica leggera…
“Ho partecipato ai campionati regionali, dopo pochi mesi di cross, e li ho vinti. Dal ’76, invece, sono iniziati i successi veri e propri con l’affermazione ai campionati italiani nella maratonina categoria allievi”.
Il successo che ricorda con più affetto?
“Sicuramente sono legato alla maratona delle Olimpiadi che rappresentano un po’ tutto per l’atletica leggera. Quella dell’88 è stata un’edizione meravigliosa che avveniva dopo le due boicottate”.
Cosa intende per “boicottate”?
“Nell’edizione dell’80, a Mosca, gli americani e tutti i paesi filo americani, compresi tutti i militari atleti azzurri del nostro paese, non si sono presentati. Nell’84, a Los Angeles, invece, non sono andati tutti i paesi sovietici e quelli filo comunisti. In pratica, c’era metà mondo a gareggiare in queste due competizioni. A Seoul, invece, il mondo dello sport si è di nuovo riunito”.
Come racconta quella vittoria alle Olimpiadi?
“E’ stata una maratona particolare e bellissima. Si correva con un clima piuttosto caldo, nonostante fosse il 2 ottobre, ma alle due di pomeriggio c’erano tantissimi gradi e tanta umidità. Partecipavano gli atleti più forti del mondo, 124 in tutto. La gara è stata abbastanza statica e tranquilla fino al 35esimo chilometro, poi gli africani hanno iniziato a lottare. Al 36esimo km siamo rimasti in quattro: io, Saleh, Wakiihuri e Nakayama. Al 38esimo Saleh ha staccato sia me che Wakiihuri, campione del mondo uscente. A due chilometri dalla fine però sono riuscito a riprenderli… il resto è noto”.
La prima cosa a cui ha pensato appena tagliato il traguardo?
“Già l’ultimo giro è stato una grande gioia. Al traguardo, invece, ti arriva tutto il mondo addosso e si fa un po’ di fatica a realizzare. La cosa più bella che ricordo di quel momento è stato rivedere e riabbracciare il mio allenatore e il massaggiatore, che erano lì con me. I pensieri viaggiano veloci ed è difficilissimo ricordarli, anche perché si è subito intervistati e tutto si focalizza su quello”.
Una persona a cui ha pensato in quel momento?
“Nessuno in particolare – ammette -. Ero lontano da casa e l’unica cosa era rivedere l’Italia. L’anno prima avevo perso i mondiali a Roma, giocando in casa, ma quell’occasione è sfumata. Volevo rientrare, perché era la prima medaglia d’oro conquistata dal nostro paese in una maratona e percepivo che per l’Italia potesse essere stato un momento importante”.
Cosa vuol dire per un atleta vincere un oro olimpico?
“Tutto, sia dal punto di vista dell’emozione che della soddisfazione personale. Significa anche affrontare una vita diversa che è molto più impegnata in cui si ha la possibilità di incontrare tantissima gente e di girare il mondo”.
A 25 anni da quella vittoria, come se la ricorda?
“Come la racconto oggi. Con grande affetto e non con nostalgia, perché comunque faccio un lavoro che mi piace”.
Ha fatto tanti sacrifici per questa carriera?
“Più che di sacrifici, parlerei di una vita diversa. Anche il lavoro è un grande sacrificio perché ogni giorno si devono affrontare impegni diversi. I sacrifici, dunque, ci sono ovunque, in ogni settore. Fino a 24 anni ho fatto il geometra e ho corso, poi quando sono diventato professionista, ho dedicato le ore del lavoro agli allenamenti. C’erano giorni in cui la fatica era tanta e altri in cui si sentiva di meno. La cosa più importante era comunque sopportare lo stress delle gare. Nonostante ciò, mi sono anche divertito, uscendo la sera e andando a ballare”.
Non ha rinunciato a nulla dunque?
“Esattamente. L’unica stranezza della mia vita, e lo dico sempre con simpatia, è che quando la gente andava al mare d’estate, io andavo in montagna dove non c’era nessuno e quando d’inverno andava in montagna, io andavo al mare che era sempre vuoto”.
La preparazione alle gare era dura?
“Mi allenavo tutti i giorni e correvo 280 km a settimana. C’erano ritmi da mantenere, ma, per me l’impegno era più psicologico che fisico”.
Martedì sarà a Viterbo, è la prima volta che viene?
“No, conosco molto bene la città e dal ’94 collaboro con Rolando di Di Marco sport, insieme al quale abbiamo fatto tante sponsorizzazioni. Da quando sono rientrato in Diadora, abbiamo iniziato una rapporto più serio e il 19 sarò a Viterbo per una corsetta con tutti gli amici di Viterbo. Spero che andranno tutti piano, perché adesso vado molto piano – ironizza -. Dopo sarò al negozio per un incontro un po’ più tecnico e la sera faremo una piccola festa per consegnare le nuove divise della squadra, fatte appunto da Diadora”.
A chi dedica la sua carriera?
“Non c’è una persona specifica, perché nella mia vita sono passate tante persone. Dai miei allenatori alle persone care. E’ difficile quindi per me fare una dedica particolare, se non a mio padre che è morto nel ’94. Ecco, se dovessi scegliere qualcuno, sceglierei lui”.
Come giudica oggi questa disciplina sportiva?
“E’ cambiata molto, un po’ come la fotografia di una persona negli anni. Ancora ai miei tempi aveva un viso epico, ricordo delle grandi imprese e delle grandi fatiche, in cui la prestazione cronologica non era importante, ma era fondamentale la sfida uomo contro uomo, sapore ver della maratona. Si correva in pochi e le competizioni internazionali erano meno frequenti e frequentate rispetto a oggi. Percorreva la maratona a distanza chi ancora aveva il coraggio di affrontare 42 chilometri”.
Oggi, dunque, le cose sono cambiate?
“Dagli anni 80 la maratona è cresciuta molto. A livello tecnico, adesso si corre per andare forte e “fare il tempo”, ed è una cosa che non mi piace perché i tempi per la maratona sono relativi essendo diversi i percorsi. Ci sono poi poche occasioni in cui i grandi del mondo si ritrovano. Ai miei tempi non era così e c’era lo scontro vero. Oggi è un periodo in cui ci sono pochi eroi e solo perché il giro di chi vince cambia sempre. Manca il sapore storico della gara che è diventata un po’ più fredda a grandi livelli.
Però c’è molta più cultura, perché l’uomo ha capito che la maratona è uno sport “per tutti” e quindi c’è molta più gente che la corre, a partire dagli amatori che lo fanno con meno stress, ma solo per tagliare il traguardo, per girare il mondo e stare insieme, che è forse l’aspetto più bello. Nel giro di dieci anni in Italia siamo passati da 6mila a 40mila maratoneti. Anche se si è un po’ raffreddato tecnicamente, è sempre uno sport bellissimo. Siamo passati dall’essere spettatori seduti allo stadio a maratoneti”.
Ha smesso di correre nel ’93, dopo un infortunio al ginocchio durante le olimpiadi di Barcellona del ’92. C’è qualcosa che le manca di più di questo sport?
“No – conclude Bordin -, quando posso faccio qualche corsetta per stare in salute e contenere la pancia. Faccio comunque un lavoro che mi pace, in cui viaggio tanto e che mi impegna, per cui non ho avuto il tempo di avere rimorsi”.
Paola Pierdomenico
