– La rete: il richiamo alla “rete” è da qualche anno la parola d’ordine della società italiana impegnata in politica e nel sociale.
“Fare rete” è stato l’obiettivo, la soluzione, la panacea delle organizzazioni operanti nel terzo settore, intenzionate a creare dei rapporto virtuosi di collaborazione tra loro per proporsi alla società civile come soggetti e interpreti del rinnovamento. Fare rete per certi versi è stato nel XXI il sinonimo e il sostituto di un’altra parolina magica che negli anni ’80 e ’90 aveva spopolato: sinergia.
A dire il vero, i sociologi avevano scoperto la rete da prima: dagli anni ’50 la rete sociale era la raffigurazione migliore di ciò che accadeva nella società, un complesso di inter-azioni, di reciproche influenze, spesso asimmetriche, dove si formavano i gruppi, le leadership, i progetti e le competizioni (o conflitti) sociali. A partire dagli anni ’70, poi, gli studi sulla comunicazione di massa avevano eretto la rete a oggetto prediletto di analisi, nella convinzione che essa fosse lo specchio della nuova società delle comunicazioni di massa, globalizzata, interdipendente, in cui spazio e tempo si andavano comprimendo e tutti gli individui si venivano a trovare praticamente uno di fronte all’altro, quasi a potersi guardare negli occhi. Marshall McLuhan, del resto, aveva parlato di “villaggio globale” e Daniel Bell aveva comparato i media ad una piazza dove tutti potevano incontrarsi.
Internet, facebook, twitter hanno realizzato a pieno questo grandioso quadro: ma nella prospettiva 2.0 non sono esplosi solo il web, l’e-commerce, wikipedia, le chat, i blogger, lo streaming o skype ma si è soprattutto materializzata la possibilità di un dialogo immediato, in tempo reale, fra le idee, i problemi e i sogni.
I flash mob – politici o espressivi, che siano – sono un esempio quantitativamente modesto ma indicativo di questa capacità della rete di animarsi e di rendersi evidente, cioè di proporsi come individui-in-relazione-in tempo-reale-con-un-intento-comune. Più affascinante è sicuramente l’esperienza della primavera araba, che è sorta e si è rafforzata attraverso le reti del web, fino a diventare – in un regime oppressivo e violento – una fiammella viva di speranza, di libertà e di condivisione.
In Italia, il Movimento 5 Stelle è quello che ha utilizzato al meglio la rete; qualcuno si è azzardato a dire che senza rete il Movimento sarebbe rimasto poca cosa, certo è che con la rete si è innalzato sulle sue gambe e ha cominciato a correre. Nessun partito ha saputo cogliere l’opportunità, non dico allo stesso modo, ma almeno nelle sue potenzialità più generali, neppure la “gioiosa macchina da guerra” con cui il Pd aveva organizzato le sue primarie, traendone l’impressione di essere nel cuore e nell’anima di una grande fetta d’elettorato.
Detto ciò, non bisogna tuttavia santificare più di tanto la rete, per lo meno quella che si forma e si coagula sul web. Non siamo ancora alle mobilitazioni di massa attraverso il web, non di certo in Italia, e neppure lo saremo domani.
Dire che “siamo legittimati dalla rete” per un movimento politico che a essa si appoggia è del tutto inesatto, forse ingenuo, di certo strumentale. Una rete che pure si esprimesse con cinquantamila contatti, sarebbe sempre ben poca cosa nella rete reale della società italiana, con le sue sfaccettature sociali, culturali ed etniche, e ricordiamoci che il popolo che ha vincolato Il Movimento 5 Stelle sul nome di Rodotà alle recenti presidenziali era composto da molto meno di cinquantamila followers.
Non ho usato a caso questo termine, che sta acquistando qualcosa di sinistro nell’immaginario collettivo, perché l’altro aspetto problematico della rete è che tende a trasformarsi pericolosamente in un meccanismo settario e ritualistico. La rete, come tavolo in cui sembrerebbe crearsi il consenso politico intorno a un movimento, assomiglia in realtà a quel clima assemblearistico sessantottino in cui tre cose accadevano: gli individui si spersonalizzavano (ci si definiva per nome, salvo poi a creare strani imbarazzi quando intervenivano sette Roberto e cinque Simona), i leaders esercitavano un criptopotere ancora più forte perché non esistevano regole precostituite, la voce fuori del coro veniva considerata stonata a prescindere. Ricordiamoci che nella rete web (da facebook a twitter ai commenti sui giornali online) si possono usare gli pseudonimi (lo fa il 70% degli utenti); che la frequentano soprattutto quelli che hanno o pensano di avere qualcosa di importante, strano o polemico da dire; ospita internauti, abituati a Second Life, che si creano un carattere e un personaggio che non in realtà non possiedono; che quindi permette di tirare il sasso e di nascondere la mano con l’anonimato; che è orientata sul piano generazionale; che risente del digital divide territoriale e sociale: tutti elementi che non solo ne condizionano i caratteri e ne rivelano le debolezze, ma che la rendono scarsamente descrittiva della realtà sociale, politica, elettorale del Paese. Certo, rappresenta una fetta di popolazione, fa emergere dubbi, problemi, denunce, merita attenzione, considerazione, rispetto, persino affetto, ma non può essere definita assolutamente come lo specchio della nazione.
Un esempio: nei sondaggi organizzati sulla rete (anche da giornali online) le preferenze accordate a questo o a quel candidato non corrispondono ai risultati finali. Candidati che ottengono 30-40% di suffragi in rete, poi ne contano 5-10% nelle urne. Questo non significa che chi non si esprime in rete o è stupido, o è manipolato: sarebbe un delirio di onnipotenza e un pericoloso omaggio al totalitarismo credere che solo chi si esprime in rete ha ragione; di conseguenza, è evidente che la rete non esprime compiutamente le tendenze della società, che si tratti di e-commerce, di flash mob o di quirinarie.
Certamente sarebbe sciocco ignorare che quasi nove milioni di italiani hanno votato per un partito-movimento cresciuto nella rete, che ha intravisto nella rete un modo nuovo e diverso di fare proselitismo. Ma sarebbe ingenuo per gli stessi esponenti del Movimento 5 stelle credere che quei nove milioni di voti rappresentino i punti attivi di una rete, piuttosto che una massa di cittadini scontenti, forse soltanto incuriositi dalla novità, che oggi in quasi tutti i paesi dell’occidente sta ingrossando le file della non-politica e del qualunquismo.
Accanto alla rete ancora oggi deve operare il contatto diretto con le persone, con il loro ambiente; in politica occorre ancora guardarsi negli occhi, odorarsi, stringersi le mani intorno ai compromessi – non agli inciuci – che come osservava Rousseau testimoniano della ragione e della capacità di reciproco rispetto fra le persone. Ha detto bene papa Francesco ai parroci di dover conoscere l’odore del proprio gregge; lo stesso dovrebbero saper fare i politici, saper stare con gli elettori, condividere “fisicamente” i loro problemi, le proprie speranze, le proprie frustrazioni. Questo sì che è innovativo, forse perché sa di politica antica.
Al contrario, sul web l’odore della gente non si sente; e non sei neppure sicuro di chi hai di fronte.
Francesco Mattioli
