![]() Una seduta del consiglio comunale |
– Oltre seicento candidati al consiglio comunale, ventuno liste e quattordici candidati sindaco. Elezioni comunali da record a Viterbo, ma quanti fra quelli in corsa riusciranno a entrare? Pochi (tutte le liste delle amministrative).
I posti sono molto limitati. Ce n’è per il sindaco e 32 consiglieri (finora erano quaranta), per tutti gli altri solo posti in piedi, fuori dall’emiciclo.
L’importante è partecipare? I conti sono presto fatti. Ponendo che si vada al ballottaggio, ipotesi piuttosto probabile visto l’alto numero di partecipanti e senza voler infrangere i sogni di Marini per una vittoria al primo turno, il vincitore, grazie al premio di maggioranza ottiene diciannove consiglieri, più il primo cittadino.
Sottraendo a trentadue i diciannove già assegnati, ne restano tredici da spartire nell’opposizione, ma il ballottaggio premia i secondi arrivati.
Quindi di questi tredici, un numero che può oscillare da sei a un massimo di otto vanno alla coalizione di partiti che sosteneva il sindaco uscito sconfitto dal secondo turno. Poniamo che gliene vadano sette.
Ne rimangono da assegnare sei. Il che, ragionevolmente equivale a dire che ci saranno molte liste che non riusciranno a far eleggere nemmeno il proprio candidato sindaco, forse ce la faranno in sei, tutti gli altri, ovvero più della metà, rimarranno fuori.
Anche perché, per eleggere almeno un consigliere, ovvero il candidato primo cittadino, ogni lista deve superare la soglia del 3%, a meno che non si sia collegata con altre, ovvero non faccia parte di una coalizione.
“Al riparto dei seggi – si legge sul sito del ministero dell’Interno – non sono ammesse le liste di candidati che abbiano ottenuto al primo turno di votazione meno del 3% dei voti validi e che non appartengano a nessun gruppo di liste che abbia superato tale soglia”.
La regola è chiara, i cavalieri solitari hanno una difficoltà in più. Anche perché dietro la soglia minima si nasconde un numero di voti che si aggira attorno a 1500 voti da raccogliere.
Ma a girare per Viterbo saranno in tanti, ecco perché nel periodo che resta per arrivare al 26 maggio, probabilmente più di un esponente si rifarà al già sentito appello al voto utile.
Tanto a destra quanto a sinistra, molte liste sottraggono consensi ai due principali schieramenti, per evitare il quale non sarà infrequente sentire richiami a non disperdere il proprio consenso.
Del resto, che la strada verso palazzo dei Priori sia impervia e ricca d’insidie, lo sanno bene quelli che si sono già cimentati nell’esperienza delle elezioni comunali.
La volta scorsa, nel 2008, quando Marini mancò la vittoria al primo turno per un soffio (49,14%), le liste furono dodici, ma quattro, quindi un terzo, rimase fuori: Partito socialista (0,24% dei consensi), Comunisti italiani (0,41%), Di Pietro (0,48%) e Amici di Beppe Grillo (1,69%).
La lista degli allora amici di Grillo, ancora lontani dall’attuale esplosione elettorale, ottenne il risultato migliore, 1,69%, ovvero 695 voti.
I candidati sindaco furono otto nel 2008, ma solo cinque riuscirono a farsi eleggere. Di Prospero, De Santis e Anelli rimasero fuori.
Tornando indietro di nove anni, nel 2004 le liste presentate furono 14, con cinque candidati sindaco. Gabbianelli vinse al primo turno e con lui entrò in consiglio soltanto un altro candidato sindaco, Severo Bruno.
E se già cinque anni fa, con un consiglio comunale a quaranta l’impresa era di quelle ardue, stavolta è al limite del possibile, con il consiglio ridotto a 32 e le liste raddoppiate. Ma oggi l’aria che tira è un’altra. Chissà che non arrivi qualche sorpresa.
Giuseppe Ferlicca
