– “Qualsiasi iniziativa che permetta alla Tuscia di rivendicare la sua identità di terra di cinema, come il Tuscia film fest, avrà tutto il mio appoggio e collaborazione”.
Sono le parole di Marco Müller, direttore del Festival del Cinema di Roma, durante la lezione-conferenza tenutasi a Viterbo all’auditorium dell’Università della Tuscia – organizzata dal Disucom e dal Tff – intorno al tema della cultura come volano di sviluppo economico di un territorio.
Già direttore del festival di Locarno e della Mostra del cinema di Venezia, Müller è da molti anni cittadino della Tuscia in quanto risiede a Barbarano Romano.
“La Tuscia è un territorio straordinario – prosegue – e il fatto che per tanto tempo sia rimasto quasi ‘nascosto’ può diventare il suo grande punto di forza. A patto che si insista fortemente sulla sua caratterizzazione, sulla costruzione di un’identità ben precisa. Così facendo, la Tuscia potrà diventare un territorio attrattivo, capace di creare scambio e aggregazione. Viterbo non è poi così diversa da Locarno, con il vantaggio che è vicina a Roma”.
Ma oltre a “essere”, bisogna soprattutto “fare”: investire in infrastrutture turistiche e culturali e appunto in eventi e festival, come Viterbo sta facendo da alcuni anni. Senza, però, spiccare ancora il volo.
“Ma vi rendete conto – continua Müller – di quanto un festival possa restituire a una città e al suo territorio in termini di indotto economico, di reputazione, di brand turistico? Le spese organizzative che qualsiasi manifestazione comporta, ricadono positivamente sulle aziende locali e sia il pubblico sia gli ospiti illustri, una volta fidelizzati, diventano automaticamente il volano per la città che lo ospita”.
Con la cultura, quindi, si può mangiare, si può creare un forte sviluppo turistico, economico, occupazionale “non solo con la presenza di musei e teatri, che tuttavia vanno potenziati, ma anche e soprattutto con la realizzazione di eventi a forte riconoscibilità internazionale che riempiano i luoghi storici di ogni città”.
Purtroppo, l’assenza di investimenti è un problema nazionale: “La classe dirigente italiana non ha cambiato idea e continua imperterrita con i tagli alla spesa pubblica per cultura, scuola, università, ricerca. Questo Paese, invece, ha bisogno di vivacità culturale per far funzionare la sua economia”.
