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“Mi sento torturato e perseguitato”

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Scarichi irregolari nelle fognature, imprenditore a giudizio.

E’ finito a processo per presunti scarichi di acque reflue non autorizzati nelle fogne di Carbognano. Ma lui si difende: dice che il depuratore era spento e che, per smaltire i reflui, pagava una ditta.

L’imputato è Riccardo Papi, titolare della OrtoEtruria.
L’azienda, specializzata nella trasformazione dei prodotti alimentari, ha vita difficile dal 2009. Tutta colpa del depuratore, finito nel mirino della finanza e dei tecnici dell’Arpa, dopo il sopralluogo di quattro anni fa.

All’imprenditore, le fiamme gialle contestarono di non avere l’autorizzazione allo scarico rilasciata dalla Provincia, oltre al superamento di alcuni valori presenti nell’acqua. Lui obietta che di quell’autorizzazione non aveva bisogno e mette in dubbio la genuinità dei prelievi di Arpa e finanza.

Il processo è continuato ieri. Davanti al giudice Silvia Mattei hanno sfilato cinque testimoni: tre dipendenti della OrtoEtruria, il titolare della ditta che installò il depuratore e un finanziere. Secondo i dipendenti il depuratore era spento. Su questo punto, l’avvocato Antonino Palamara ha chiesto un confronto con i testimoni che, alle scorse udienze, hanno detto che il depuratore era attivo e funzionante. Il processo continuerà a giugno.

“Mi sento perseguitato e torturato”, ha più volte detto l’imprenditore. Il suo avvocato ha a cuore la questione quanto lui. “Sono anni che combattiamo questa battaglia – spiega Palamara -. Il depuratore comunale della zona industriale di Carbognano non funzionava e noi non lo abbiamo accettato. Ne abbiamo comprato uno nostro, abbiamo pagato un’azienda per smaltire le acque reflue e ora ci ritroviamo a giudizio per fatti che non abbiamo commesso”.

Già un’altra volta la vicenda del depuratore era finita in tribunale. “Il Comune – continua l’avvocato – ci ha dichiarato guerra con due ordinanze di demolizione. Al processo per costruzione abusiva, i giudici ci hanno dato ragione e il depuratore è potuto restare al suo posto. Ma non è questo il problema. L’azienda OrtoEtruria ha avuto danni enormi da tutta questa storia”.

Per l’avvocato, il malfunzionamento del depuratore della zona industriale ha impedito per mesi all’azienda di produrre. Una decina di lavoratori è in cassa integrazione. Più volte sono scesi in piazza, chiedendo aiuto a sindacati e parlamentari viterbesi. Ma dal 2009 è sempre cassa integrazione. Quando OrtoEtruria ha installato il suo impianto era già troppo tardi. “Non aveva ancora iniziato a funzionare, che dopo pochi giorni è arrivata la finanza – spiega il legale -. Per noi, oltre al danno c’è anche la beffa. Il danno è quello di aver speso fior di quattrini per il depuratore e per l’azienda che smaltisse le acque reflue. La beffa è il processo, dopo aver tanto lottato per lavorare onestamente e regolarmente”.


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