(s.m.) – Chiesto di nuovo l’ergastolo per Giorgio De Vito.
Per la pubblica accusa al processo d’appello è stato il 38enne napoletano a uccidere Marcella Rizzello.
La 30enne di Civita Castellana fu trovata il 3 febbraio 2010 riversa sul pavimento della sua camera da letto. L’assassino l’aveva trafitta con trenta coltellate, sotto gli occhi della figlia di tredici mesi.
Il procuratore generale Otello Lupacchini non ha dubbi che quell’uomo sia De Vito. Per questo, all’udienza di stamattina, si è allineato alle conclusioni già tratte dalla Corte d’Assise di Viterbo l’anno scorso: carcere a vita, isolamento diurno per un anno e risarcimento milionario ai familiari.
Da quella sentenza, impugnata dalla difesa, è scaturito il processo d’appello, che si concluderà con l’ultima udienza di giovedì, dopo l’arringa del difensore Enrico Valentini.
L’accusa è tornata anche oggi a fare il nome di Mariola Henrycka Michta, ex compagna di De Vito, prima condannata e poi assolta dall’accusa di concorso in omicidio. Il procuratore generale non ha dubbi che la donna, quel giorno, fosse sulla scena del delitto. E’ lei stessa a confermarlo, salvo poi ritrattare quando spunta il certificato medico che la vorrebbe al Cto all’ora esatta dell’omicidio: tra le 11 e le 13. Ma l’accusa non ne è convinta. E come il suo predecessore, il pm Renzo Petroselli, Lupacchini ha sollevato il dubbio che Marcella sia stata uccisa prima di quella fascia oraria. Soluzione che renderebbe compatibile la presenza di Michta nella villetta con una sua successiva partenza per Roma.
Dopo l’accusa, spazio alle parti civili, compatte nel ritenere De Vito malvagio e crudele. Per gli avvocati di padre, madre, figlia e compagno di Marcella, solo la cattiveria può averlo spinto ad accanirsi sulla giovane donna, accoltellandola in tutto il corpo, prima di sferrarle gli ultimi due fendenti alla gola. Una ricostruzione troppo penosa per la madre di Marcella, che esce dall’aula per non ascoltare.
Dopo il delitto, non contento, l’omicida ha messo una bottiglia mezza piena d’olio tra le gambe della vittima. Un particolare macabro, cui le parti civili attribuiscono lo stesso significato della smorfia napoletana: un gesto incompiuto. Forse, una presunta violenza sessuale su Marcella. Che proprio perché non riuscita, avrebbe istigato la furia assassina.

