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Ero stretto nella morsa dell’usura, ma ora non mi uccido più…

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Il capo della mobile Fabio Zampaglione

Il capo della squadra mobile Fabio Zampaglione

Un mese fa, un anonimo padre di famiglia annunciava a Tusciaweb di volersi uccidere. Oggi ci ripensa. In una nuova lettera anonima alla redazione spiega che c’è l’usura dietro al suo dramma. E fa il nome di Daniele Califano.

52enne, pregiudicato, immobiliarista, Califano, in questi giorni, è al massimo della notorietà. Arrestato due volte in tre mesi per usura aggravata, il suo nome campeggia su tutte le cronache locali.

Anche per questo – oltre che per l’assenza di una firma – la lettera va presa con le dovute cautele. Da un lato c’è il rischio che chi scrive tiri in ballo Califano per emulazione o senza prove. Dall’altro, il mittente potrebbe essere davvero un’altra vittima di usura. Qualcuno che è troppo indignato per stare in silenzio e troppo impaurito per denunciare e che, per questo, si affida a Tusciaweb.

“Sono colui che alcuni giorni fa stava meditando di farla finita perché stretto nella morsa del signor Califano e company – inizia la lettera -. Con questa missiva volevo fare i complimenti al dottor Zampaglione e ai suoi uomini, anche se hanno ancora molto da lavorare, perché hanno ancora molto da portare alla luce”.

Il mittente insinua di amicizie illustri di Califano: “Persone importanti e ben in vista della Viterbo bene”. Dà consigli agli investigatori. Spiega i presunti motivi che scoraggiano le vittime a uscire allo scoperto. “Non tutti possono permettersi di andare in questura per denunciare – scrive l’anonimo – perché ci sono persone che sono subito informate (…). Vorrei invitare il dottor Zampaglione a continuare su questa strada, ma a cercare anche altre persone, che godono di una buona copertura politica e sociale”.

Poi, la buona notizia: “Vorrei rassicurare tutti che ho deciso di abbandonare il tentativo di suicidio, perché ho trovato il coraggio di chiedere aiuto a un ente religioso fuori regione”.

Non è abitudine di Tusciaweb pubblicare lettere anonime, ma in entrambi i casi abbiamo cercato di agire a tutela di chi scriveva. Chiunque egli sia.
La prima lettera era una richiesta d’aiuto che non potevamo ignorare. Forse era un bluff. Ma la vita è vita e chi ci ha cercato minacciava di togliersela. 

La seconda lettera l’abbiamo consegnata agli investigatori. Non è compito della redazione valutarne l’attendibilità. Ma c’è un fatto: già nella prima missiva l’anonimo parlava di usura. Lo faceva in modo velato e senza nomi. Ma soprattutto in tempi non sospetti. La prima lettera è del 29 maggio: due mesi e mezzo dopo il primo blitz antiusura e venti giorni prima del secondo. In un periodo in cui il clamore su Califano era pari a zero.

“Spero che almeno in questo caso la magistratura apra gli occhi – scriveva, nella prima lettera, la stessa mano ignota di oggi – e abbia voglia di andare contro i poteri forti, quegli usurai che si nascondono bene dietro attività apparentemente pulite, quei professionisti che estorcono soldi per farti lavorare o che vogliono il 10% del tuo compenso”.

Come più volte sottolineato dallo stesso capo della mobile, Zampaglione, l’unico modo per uscire dalla morsa dell’usura è denunciare. Proprio per il meccanismo che la contraddistingue, con interessi sempre crescenti, l’usura non permette agli imprenditori che vi incappano di uscirne da soli. Chi è vittima di strozzini può presentare denuncia in questura e verrà assistito anche per inoltrare le pratiche per poter usufruire del fondo di solidarietà nazionale antiusura, predisposto proprio per permettere di liberarsi dall’oppressione e il ricatto crescente. Il fondo permette agli imprenditori di sanare la propria situazione finanziaria e di riavviare la propria attività.

redtw


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