(s.m.) – Sarà ricorso in Cassazione sul feto trovato a maggio in un cassonetto a Viterbo.
Il pm Franco Pacifici impugnerà l’ordinanza del tribunale del Riesame che il 7 giugno scorso si allineava alle conclusioni del gip: nessun arresto per omicidio. Né per la 24enne romena che gettò il suo feto femmina di sette mesi tra i rifiuti in via Solieri, né per l’infermiere coindagato. Lui resta a piede libero. Lei detenuta a Regina Coeli per soppressione e occultamento di cadavere.
Ma gli inquirenti viterbesi non si accontentano di quella che, a loro parere, è un’accusa troppo leggera. Nel suo stringato ricorso, il pm Pacifici chiede alla Cassazione di riconsiderare l’ipotesi di reato per la giovane madre e la possibilità di un arresto per l’infermiere che la aiutò a disfarsi della neonata.
Il magistrato parte dalle prime risultanze dell’autopsia del professor Mauro Bacci, fermamente convinto che la piccola avesse delle buone speranze di vita. Ma non solo.
Nel ricorso, il pm cita una sentenza della stessa Corte di Cassazione, che parte dal presupposto che il feto inizia a vivere dal momento della rottura delle acque. Rottura che, in questo caso, è stata la stessa madre a provocare, tramite l’ingestione del farmaco a base di ossitocina procuratole dall’infermiere.
Le circostanze che hanno portato alla morte della piccola sono ancora tutte da chiarire. I sessanta giorni di tempo presi dal consulente per consegnare la relazione sull’autopsia scadranno ai primi di luglio. Ma per l’accusa il presupposto di fondo è chiaro: la giovane madre voleva archiviare in fretta quella gravidanza indesiderata. Da qui, l’idea di coinvolgere l’infermiere per avere la ricetta. Quindi, la stimolazione delle contrazioni a sette mesi e il parto prematuro. Per poi parcheggiare la neonata il pomeriggio del 2 maggio in un cassonetto dei rifiuti in via Solieri.
