– Che siano sei, sette o otto, gli assessori, poco cambia. Se sono bravi.
Il paradigma per il sindaco – novello Abramo “incaricato di osservare la via della giustizia e del diritto” – non è infatti quello del numero di assessori al pari dei 50 giusti, per salvare Sodoma, poi ridotti a 40, 30, fino a 10 dal Padreterno (Genesi 18).
E neanche le logiche mercantili da suk arabo: ne trovo otto e ne pago sei.
Perché gli italiani, ed è da credere anche i viterbesi, non sono contrari a pagare il giusto chi, in Comune o altrove, lavora per loro. Purché lavori, possa avere un progetto e porti i risultati (come farà la signora Ciambella alle prese col difficile bilancio a coniugare numeri e beni culturali o i gradi dei vigili urbani che pure le sono affidati? O l’assessore allo sport, a convertirsi in esperto di liti giudiziarie e addirittura di cimitero?).
“Condizionamenti” dei partiti? Il sindaco li aborre, ma se non ci fossero stati i partiti non sarebbe stato eletto e non avrebbe nominato in giunta sette assessori della sua “coalizione” (di partiti e liste) e uno della formazione che gli ha assicurato il voto e con cui ha “concordato” (parole sue).
Per ora, comunque, buon lavoro, con l’avvertenza, però, che asfaltare strade, fluidificare il traffico, tenere accesi i lampioni di notte, dare acqua pulita, riparare tetti e porte delle scuole, assicurare i minimi sociali, culturali, di strutture, consentiti dai soldi è attività ordinaria: cioè, non ha bisogno di pubblicità come si trattasse di concessione dei cittadini amministratori ai cittadini amministrati.
Poi, se ci sarà qualche innovazione o cambiamento originali, se ne discuta in consiglio, ma non si pensi che parlarne prima su Tusciaweb o in altri giornali, in radio o tv, basti.
In passato, sembrava questa la strada migliore, ma a ben vedere essa amplia solo la platea degli spettatori, non quella degli attori, quelli cioè che intervengono, sempre gli stessi: un po’ di addetti ai lavori (la castarella di casa) e qualche decina di strenui commentatori.
Non basta più: il Comune potrebbe ora aprirsi invece alla rete e “istituzionalizzare” forme trasparenti di referendum consultivi e propositivi regolamentati e vigilati da un assessore apposito (c’è tra i sette o otto?).
E, ad esempio, questi strumenti – che Grillo, ma anche il governo, adottano – potrebbero essere il terminale del dibattito che al maggior centro della Tuscia spetta promuovere se è vero, come ha detto Michelini alla Camera di commercio che “essere sindaco di Viterbo significa assumersi la responsabilità di un intero territorio”. Insomma, dove, con chi andremo e per fare che, dopo l’abolizione delle province.
Non se ne è parlato in campagna elettorale né dopo e i condizionamenti dall’esterno non mancheranno, sempre che non siano rimossi prima.
Ma a schiena dritta e senza aspettare ‘o comando di correnti di partito e di massonerie. Vere o fasulle.
Renzo Trappolini
