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Pestò pm antimafia, parte il processo al boss

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Il carcere di Mammagialla

Il carcere Mammagialla di Viterbo

(s.m.) – Pestò pm antimafia, boss alla sbarra.

E’ iniziato lunedì il processo al superboss della ‘ndrangheta Domenico Gallico. Il 55enne di Palmi (Reggio Calabria), capo della ‘ndrina che porta il suo nome, è accusato di lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale.

Il 7 novembre scorso, appena prima di un interrogatorio, picchiò il pm antimafia Giovanni Musarò. L’aggressione avvenne al carcere Mammagialla di Viterbo. “Finalmente ho il piacere di conoscerla…”, gli avrebbe detto Gallico stringendogli la mano. Subito dopo, il pugno sferrato in pieno viso al magistrato. Un colpo talmente violento da atterrarlo e spaccargli il setto nasale.

Testimone dell’agguato, l’avvocato viterbese Luigi Mancini, intervenuto all’ultimo momento per sostituire il legale del boss e trovatosi inaspettatamente a difendere il pm dalla stretta di Gallico che, dopo il pugno, aveva cercato di strangolarlo.

Musarò, magistrato della Dda di Reggio Calabria, non si è costituito parte civile contro il boss, cosa che invece sono intenzionati a fare i secondini intervenuti per bloccarlo. I due agenti della polizia penitenziaria rimasero lievemente feriti. Non hanno formalizzato la costituzione di parte civile alla scorsa udienza solo perché è stata rinviata: il boss era impegnato a testimoniare a un processo per mafia in videoconferenza. 

Per Gallico, il pm di Viterbo Renzo Petroselli ha ottenuto il giudizio immediato. Ma la vicenda non finisce qui. Dall’aggressione a Musarò nacquero due diversi procedimenti: uno contro il boss per le lesioni al magistrato, l’altro a carico di tre agenti di polizia penitenziaria, difesi dai legali Remigio Sicilia e Simona Bellezza. Due sono gli stessi feriti da Gallico e pronti a costituirsi parte civile.

Si tratta di Maurizio Ferrara, Luigi Di Filippo e Felice Contestabile, indagati per falso e omessa consegna. Per loro, l’accusa è di aver lasciato solo il magistrato. Pochi giorni prima dell’interrogatorio, Musarò aveva scritto una lettera al direttore del carcere di Viterbo, per chiedere la presenza di due agenti durante l’incontro col boss.

Il pm si aspettava un’aggressione. In passato era stato minacciato più volte da Gallico, per via delle sue indagini che hanno incrociato spesso il boss e la sua famiglia. Prima di partire per Viterbo, Musarò aveva fatto sequestrare la villa storica dei Gallico a Palmi. Altri sequestri di conti correnti e automezzi della cosca erano stati eseguiti il giorno prima dell’aggressione. Un parente del boss, indagato dal magistrato, aveva tentato il suicidio recidendosi la carotide. Con sette ergastoli sulla testa e più nulla da perdere, il boss deve aver pensato che ce n’era abbastanza per pestare il magistrato. 

Quanto ai tre agenti, hanno ricevuto a fine anno l’avviso di conclusione delle indagini. Interrogati dal pm Petroselli, hanno detto di non aver ricevuto mai ricevuto la comunicazione dell’ordine di scortare Musarò. Il procedimento disciplinare a loro carico, per ora, è sospeso. Gli agenti aspettano l’udienza preliminare.


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