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Progettare è il must per il futuro delle imprese

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Stefano Signori

Stefano Signori

Riceviamo e pubblichiamo – L’emergenza economica con tutta probabilità è l’emergenza italiana e mondiale che tutti conoscono e riconoscono.

Iniziata nel 2008, ha trovato terreno fertile negli effetti delle altre emergenze che da decenni affliggono il paese ed è alimentata dal malcostume generalizzato che ha visto la classe politica e burocratica tesa ad aumentare il debito pubblico per avere a disposizione le risorse finanziarie necessarie a favorire interessi particolari.

Otto i fattori chiave scatenanti l’emergenza di cui scriviamo e sui quali va a sommarsi la mancanza di un disegno sistematico di politica economica.

Per comprendere tutti i perché della crisi nella quale viviamo da cinque anni occorre fare un passo indietro e tornare agli inizi degli anni ottanta, ovvero all’epoca della scelta politica economica di rinunciare a quei settori strategici quali il metalmeccanico, il chimico ed il tessile.

A questo fattore va aggiunta la produzione di una normativa riguardante le imprese che, mutuata dal sistema industriale anglo-tedesco, ha introdotto in un paese come l’Italia, con oltre tre milioni di microimprese che occupano di media due dipendenti, norme e procedure identiche sia per il grande gruppo industriale che per l’artigiano che lavora con un apprendista. Questa situazione è stata accentuata dalla funzione del sindacato che, per avere un ruolo nella concertazione, aveva bisogno di imprese con più di quindici dipendenti, e dalle forze politiche che hanno favorito il tentativo di far aggregare in forma cooperativa più imprese dello stesso settore, per poterle collocare meglio rispetto al singolo lavoratore autonomo.

Andando avanti nell’analisi dell’emergenza è inevitabile prendere in esame la costante e incessante produzione di norme farraginose che necessitano di continui decreti attuativi e di circolari esplicative scritte in gergo burocratese e disseminate di richiami ad altre norme. Tutt’altro che strumenti guida utili, queste normative, su una stessa competenza, vedono sovrapporsi per il controllo più enti che non dialogano tra loro e ingarbugliano la soluzione del caso, allungando drammaticamente i tempi.

Appare evidente come una tra le prime e indispensabili riforme da attuare per uscire dall’emergenza debba riguardare appunto la normativa: è necessario introdurre un sistema di norme che siano aggiornate, chiare, sintetiche, utili agli scopi e non d’ostacolo. A questa riforma ne andrebbe affiancata un’altra fondamentale: quella relativa al sistema burocratico che, allo stato attuale, non è in grado di snellire le procedure e che fa perdere decine di giornate di lavoro al piccolo imprenditore.

Ancora, attenzione particolare meriterebbero la riforma di natura scolastica dell’apprendistato, che sta distruggendo questo istituto; la delocalizzazione di imprese da parte di decine di migliaia di imprenditori; il carico fiscale che taglia le gambe alla microimpresa e il sistema bancario ormai totalmente ricurvo su se stesso e incapace di sostenere le piccole imprese.

Su questo panorama critico si staglia l’altro grave male che affligge il Paese e tutta l’Europa: l’elevato tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile. Da più parti si levano voci di denuncia ma sono davvero pochi coloro che si pongono il problema di cosa significhi organizzare un posto di lavoro duraturo nel tempo e di come districarsi nella complessità delle incombenze burocratiche collegate a questo istituto.

È demagogia spicciola sventolare slogan come “occorre un giorno per aprire un’azienda”; spot che non fanno il minimo riferimento agli adempimenti successivi e ai costi inerenti alla pura gestione e che tacciono bellamente sull’estrema facilità con la quale si arriva a dover chiudere un’azienda. Mancano le indicazioni su come sopravvivere agli istituti previdenziali che continuano a chiedere il pagamento dei contributi, anche con l’azienda chiusa, o come difendersi dall’emissione di cartelle esattoriali spesso non dovute.

Di nuovo occorre allora ricordare il valore inestimabile rivestito dall’associazionismo nel far fronte alle problematiche quotidiane. Confartigianato è una di quelle realtà che, lontana dagli slogan strillati all’impazzata, sostiene quelle piccole realtà imprenditoriali nella lotta di tutti i giorni. Più volte abbiamo denunciato e sottolineato la gravità di una crisi economica che sta amputando il nostro Paese delle gambe che da sempre lo sostengono.

Privare l’Italia della piccola e media impresa significa sottrarle quella forza capace di rilanciare e dare vigore all’intera economia. La nostra associazione si batte per la tutela e la salvaguardia delle pmi ma, nel generale immobilismo istituzionale, rischia di ritrovarsi sola in questa lotta. L’unica possibilità di sopravvivenza e dunque ripresa economica va cercata nell’unione delle forze che abbiamo a disposizione per intervenire concretamente su quelle riforme indispensabili. Il monadismo ha dimostrato tutta la sua fallacia, motivo per il quale un nuovo percorso deve essere intrapreso in seno all’associazionismo e al mutuo soccorso. 

Spostando il nostro soggetto d’indagine dalle piccole e medie imprese alle realtà più grandi e strutturate, emergono altre problematiche, peculiari della mentalità globale propria del nostro secolo. Le grandi imprese italiane per prendere parte all’economia globalizzata devono accettare i principi della nuova cultura industriale, tesa alla ricerca del profitto a tutti i costi, che spinge le imprese multinazionali ad accelerare la transizione dal lavoro umano a quello automatizzato. Sta via via scomparendo quella visione manageriale che cercava di applicare le innovazioni a strutture organizzative e processi tradizionali, per cui le tecnologie avanzate erano sottoutilizzate.

Incremento della produttività, riduzione del costo del lavoro e aumento dei profitti. Se questi sono i tre obiettivi, cardini della filosofia economica, che la nuova cultura industriale persegue a tutti i costi, il re-engineering è la nuova parola d’ordine del mondo degli affari. “Progettare di nuovo”, dunque, è il must per le imprese, che si ristrutturano per diventare computer-friendly (la macchina, grazie al processo di umanizzazione, diventa amica).

Si modificano anche gli obiettivi che, per le imprese computer-friendly, si focalizzano sull’eliminazione della maggior parte delle stratificazioni del management; sulla compressione del numero delle categorie dei lavoratori impegnati nei processi produttivi; sulla creazione di gruppi di lavoro multifunzionali; sulla formazione di dipendenti destinati a mansioni multilivello e sullo snellimento della parte amministrativa e burocratica. 

La desertificazione del sistema produttivo italiano fondato sulla piccola impresa, spesso di natura familiare, è favorito dalla nuova cultura industriale e dagli indirizzi politici che provengono dall’Unione Europea che, con la commissione Barroso (prima commissione: novembre 2004 – febbraio 2010; seconda commissione: febbraio 2010 – in corso), ha concentrato in un’unica direzione il sistema produttivo industriale, eliminando la direzione che seguiva le Pmi.

Stefano Signori
Presidente Confartigianato Viterbo


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