![]() |
– “Sembrava una mattanza, c’era sangue ovunque”.
Ha esordito così durante l’udienza di ieri l’infermiera che per prima ha soccorso i due fratelli che si accoltellarono la notte tra il primo e il due maggio del 2012. Il più grande dei due, di 36 anni, si trova tuttora in carcere ed è accusato di tentato omicidio. L’altro, 29enne, è invece a piede libero e dovrà rispondere soltanto di lesioni.
“Appena sono arrivata ho trovato una vera e propria mattanza – ha raccontato l’infermiera ai giudici del collegio -. Sul pianerottolo del palazzo il primo corpo, in un lago di sangue e pieno di ferite. All’interno dell’abitazione che si apriva sulla sinistra un altro corpo che appariva più o meno nelle stesse condizioni: insanguinato e riverso a terra”.
Entrambi i fratelli erano dunque molto feriti e bisognosi di cure urgenti da parte dei sanitari. L’infermiera e i medici, che successivamente arrivarono in soccorso data la gravità della situazione, hanno controllato lo stato di salute di tutti e due e si sono subito accorti che la prognosi era ben diversa.
“L’uomo a terra all’interno dell’appartamento (il 36enne accusato di tentato omicidio che si trova ancora in carcere) era sicuramente il più grave – continua l’infermiera -. A destare maggiore preoccupazione era una profonda ferita sotto l’ascella all’altezza del torace che, secondo quanto emerso in seguito, gli ha causato un pneumotorace. Anche l’altro fratello però era pieno di ferite, meno gravi, ma comunque tante, su tutto il corpo”.
La stessa versione è stata confermata anche dai due medici intervenuti dopo l’infermiera, uno direttamente nell’appartamento di Caprarola, l’altro al pronto soccorso dell’ospedale Belcolle di Viterbo.
“Il maggiore era in pericolo di vita – spiega uno dei medici – tanto che all’arrivo in ospedale è stato necessario sottoporlo subito a un intervento chirurgico. L’altro aveva ferite decisamente più lievi, ma in tutto il corpo. Una delle più evidenti era sul collo e arrivata fino all’orecchio dove infatti, successivamente, sono stati anche applicati dei punti di sutura a un lobo”.
I giudici del collegio presieduto da Eugenio Turco con Silvia Mattei e Filippo Nisi a latere, hanno poi ascoltato anche la cuoca del ristorante in cui lavorava il fratello maggiore. La signora ha confermato che i coltelli che i carabinieri di Caprarola trovarono quella notte di fianco ai corpi insanguinati erano gli stessi che si utilizzavano nella cucina di quel locale.
“Li ho riconosciuti subito – assicura la donna – perché li avevo sotto mano costantemente e posso affermare che erano gli stessi: uno con il manico giallo, abbastanza grande, di quelli che si usano per la carne e l’altro più piccolo con il manico nero”.
Dopo le deposizioni l’avvocato Massimo Rao Camemi, legale del 36enne detenuto a Mammagialla ha presentato, per la seconda volta, istanza di scarcerazione per il suo assistito.
“Torno a dire come già nella scorsa udienza – ha insistito Camemi – che non vedo la necessità della misura cautelare anche in considerazione del fatto che il mio cliente è quello che ha avuto conseguenze ben più gravi dall’accoltellamento. E’ assurdo che lui stia in carcere e che l’altro fratello, con una prognosi di pochi giorni, sia a piede libero”.
Il pm Siddi ha posto parere negativo all’istanza, motivandola con il fatto che la reclusione non dipende dalle ferite riportate nella colluttazione, ma dalla pericolosità dell’uomo. “A dimostrazione di questo – ha spiegato il magistrato ai giudici – vorrei produrre una documentazione relativa a una denuncia che il padre dei due uomini fece in tempi non sospetti, ovvero nel 2009, nei confronti del figlio maggiore dicendo che quest’ultimo lo aveva aggredito”.
Il collegio ha accolto i documenti del pm e si è riservato sulla decisione della scarcerazione del 36enne. La prossima udienza è stata fissata per il 8 luglio.
Francesca Buzzi
