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“Aloisio non ha preso un euro”

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Aloisio in procura

Giuseppe Maria Aloisio

L'avvocato Roberto Massatani

L’avvocato Roberto Massatani

L'avvocato di parte civile del Comune Alessandro Diddi

L’avvocato Alessandro Diddi

(s.m.) – Hanno parlato per più di quattro ore gli avvocati di Giuseppe Aloisio. 

La posizione dell’ex direttore generale della Asl di Viterbo, indagato nella maxi inchiesta sull’azienda sanitaria, è stata passata al setaccio dai suoi difensori Roberto Massatani e Alessandro Diddi.

All’udienza preliminare fiume di ieri, i legali hanno tirato le somme di un’indagine durata tre anni e quasi interamente imperniata sulla figura dell’ex dg. Più di trenta gli indagati tra i due filoni d’inchiesta. Ma su tutti troneggia Aloisio, l’unico inquisito in entrambe le tranche del tentacolare fascicolo aperto nel 2009 dalla Procura di Viterbo. 

Su di lui pesano le accuse di corruzione, concussione, turbativa d’asta, falso ideologico e abuso d’ufficio. Ai pm Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma, che gli imputano una gestione autoritaria della Asl, i suoi legali rispondono che della corruzione manca la prova.

“Aloisio non ha preso un euro – ha affermato Roberto Massatani, nella sua prima ora di intervento -. Gli investigatori hanno passato i suoi conti al microscopio. Non hanno trovato nulla. Come nulla emerge dalle intercettazioni telefoniche e ambientali”. Viceversa, alla sanità locale Aloisio ha dato molto. Massatani elenca una a una le perle della gestione Aloisio. Prima tra tutte, la centralizzazione dei servizi e degli uffici in un unico immobile: la Cittadella della salute, che pure è finita nell’inchiesta-calderone.

Tre ore e mezza è durata l’arringa del collega Diddi, che ha passato in rassegna tutti i punti salienti dell’indagine. Dagli appalti milionari affidati con “improbabili collusioni”, alle varie ipotesi di concussione di cui Aloisio deve rispondere. Presunti atti di forza dell’ex dg nei confronti di alcuni dei suoi sottoposti, costretti a sottoscrivere delibere per i più vari utilizzi.

E poi la Cittadella della salute, un “encomiabile progetto di riorganizzazione degli uffici della Asl che, finalmente, poteva disporre di un’unica sede, senza smembrare gli uffici in più palazzi”. La scelta di quell’immobile, sottolinea Diddi, non è stata casuale, né tantomeno dettata da un’esigenza di asservimento al proprietario Marcoccia (anche lui indagato). “Servivano 10mila metri quadrati di spazio – spiega il legale -. Quel locale li aveva, diversamente dall’ex ospedale degli infermi, per la cui ristrutturazione non sarebbero bastati i fondi del finanziamento regionale”.

Aloisio e, come lui, il suo braccio destro Paoloni – difeso sempre da Diddi – hanno agito in un’ottica di risparmio aziendale. “Forse hanno sbagliato – ha concluso Diddi -, ma hanno lavorato in buona fede per la pubblica amministrazione e, per tutta risposta, sono stati premiati con l’incudine di un’indagine per reati contro la pubblica amministrazione”. L’avvocato riconosce alla Procura di aver fatto un lavoro “certosino, immane e magnifico. Ma con due sbavature: il poco dialogo con gli indagati e le richieste di arresto per Aloisio, Paoloni e gli imprenditori Angelucci e Parroccini”.

L’udienza davanti al gup Luca Ghedini Ferri, iniziata alle 9, si è conclusa alle 19,15. Oltre ai legali di Aloisio, hanno parlato quelli di Marcoccia e Angelucci. Si continua stamattina a mezzogiorno con le repliche dei pm. Dopodiché, il giudice potrà ritirarsi in camera di consiglio e decidere sulle ventinove richieste di rinvio a giudizio avanzate dalla Procura. 


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