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Antonello Ricci racconta l’artista viterbese Carlo Vincenti

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Antonello Ricci all'armonica

Antonello Ricci all’armonica

– A spasso con i racconti di
 Antonello Ricci
 arriva alla sesta tappa.

La passeggiata/racconto
 sui luoghi della vita e dell’opera dell’artista viterbese 
Carlo Vincenti (1946-1978) si svolgerà giovedì 11 luglio alle 21.30 
con appuntamento a Viterb o
in via Monte Zebio (quartiere Cappuccini).

“Ricordo il suo modo di incedere deciso a passi lunghi, occhi bassi
e spesso con le mani piene di disegni o quadri…”. Con la preziosa consulenza e la gradita partecipazione di
 Fabio Vincenti di tappa in tappa 
Antonello Ricci e Alfonso Prota 
leggeranno il racconto metricato “Le due città” 
ispirato alla figura di Carlo Vincenti.


 

Il musicante di Brema

La televisione ha annunciato la morte di Moro.
 Moditen. 
Quel maledetto Moditen. 
Il dottore insiste che dovrei fare il Moditen. 
Ingrasso come un porco. 
Ingrassato e imbambolato dai farmaci
. Dovrei fare il bagno (dovrei ricordarmi di fare il bagno)
. Basta! Son stufo d’arte
. Quanto ho scritto è nelle mie piene facoltà mentali
. Anche la posizione della foto di Moro così accasciata (il volto)
Ma nell’inconscio abitano tante cose misteriose. Un messaggio?
 Fatto sta che ho desiderato quella morte, lo ammetto…
 Ma la Città è piena solo di brutti ricordi
Ma smetterò di dipingere, perché voglio morire.

Sulla breve vita di Carlo sento incombere la luna della Pietà di Sebastiano del Piombo. Tremenda.
 Le sue velature. I suoi raggi che sbiancano il peperino della Città. Che gettano ombre giù dalle torri, le fanno correre per via, le annidano sotto i portici. Fantastiche. Paurose.
Il quartiere medioevale. Ha traversato come in sogno secoli di non-storia. Graziato per caso dalle bombe.

Ancora negli anni del Miracolo zitelle inglesi, pittori della domenica, viaggiatori dell’immaginario lo colsero operosissimo di vita popolare. Pittoresco, però, quanto inquietante. Nel 1947 Virgilio Marchi annotava: “Il medioevo della Città è veramente di una potenza arcigna; fa tragedia con l’aspetto”.

Trent’anni dopo, per questi stessi vicoli Carlo avrebbe trascinato l’insostenibile fardello della propria esistenza.
Usciva dal suo studio – bottega ma opera esso stesso: “graffite” per intero, le pareti, di lancinanti scritte: «da dio ho queste membra»; c’è ancora una sua straziata Via Crucis di parole dipinte, di sole parole – usciva e vagava. Vagava.

Lo vedevi rovistare all’alba fra immondizie, in cerca di carte e cartacce da riciclare per i suoi collage. M’è capitato di sfogliarne un quaderno filatelico. Invece di francobolli: stagnole, petali secchi, trafiletti di giornale, schegge varie. Una corte dei miracoli. Consumi. Rifiuti. Rimessa in gioco. Eclissi e recuperi del senso.
I collage. Psaligrafie sconvolgenti. La gabbia compositiva. Gli evidenti simmetrismi vorrebbero rassicurare. Ma non ingannano. Una pulsazione fetale traversa questi lavori. I Musicanti di Brema.

Perché il titolo. Innocenti come un album di calciatori. Devastati e feroci come Peter Pan. Spicchi di volta. Lunette di evangelisti: ritagliate con diligenza e incollate-deformate in frontoni di chiese. Su fondo oltremare. Correzione ottica perseguita. Perseguitata. Malizia. Sadismo. Tenerezza materna. Bisturi: carni: cosce mammelle spacchi femminili. Via la testa. Volti maschili incompleti, recisi, mutilati. Lineamenti cancellati. Disegni. Pochi nervosi tratti riprendono un tema, lo amplificano. Contaminazione di frammenti. Foto di gruppo. Foto d’epoca. Un’intera banda musicale in posa (i suonatori: strumenti in mano) sminuzzata in tante foto-tessera. Un cartello recita: Wagner, Tannhauser, Ouverture. Tedeschi. Suonatori. Per estensione, dunque: Musicanti. Di Brema. Ricorrenza dell’asino. Non fa presepe.

Autoritratto a forme fiabesche.
 Ma il somaro scacciato, il reietto, non trovò compagni di strada. Non ne cercava. Tra un ricovero e l’altro dipinse un olio grigiastro con una corsa di mura merlate. Alla guelfa. Omaggio alla ripugnante Città che lo respingeva. Titolo: Porta Favole. Poi rovesciò la tela, appendendola s’un fianco, e chiosò: La Tonaca del Prete.

Nel medioevo di quel quartiere, sopravvissuto a sé stesso, finì adottato da gente semplice, che ben poco capiva d’arte. Lo assistette nelle sbronze più tristi. Nel viavai tra cliniche e manicomi. Nove anni. Sempre più fitti.
Ma per il tuffo mortale che doveva schiantarlo nel giugno del 1978, a soli trentadue anni, Carlo scelse l’anonimo quarto piano d’una periferia piccolo-borghese. Quelle membra si maciullarono nell’indifferenza. Pochissime voci. Poi silenzio. Troppo a lungo silenzio.

Antonello Ricci

 


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