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Barelli: “Far vivere l’esempio di Borsellino in azione amministrativa”

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Giacomo Barelli

Giacomo Barelli

Riceviamo e pubblichiamo – Ventuno anni fa veniva ucciso Paolo Borsellino con la sua scorta.

Esattamente 56 giorni dopo l’assassinio di un altro giudice, Giovanni Falcone, anch’esso con la scorta e la moglie Francesca Morvillo. Il primo a Palermo, il 19 luglio del 1992. Il secondo a Capaci, a pochi chilometri dal capoluogo siciliano, il 23 maggio.

Entrambi dalla mafia che, più di vent’anni fa, aveva deciso di affrontare lo Stato sul piano militare mostrando il suo volto più feroce, ponendosi agli occhi del mondo come un vero e proprio contropotere capace anche, l’anno successivo, di sviluppare – tra mille torbidi su cui ancora oggi non è stata fatta piena luce – una nuova “strategia della tensione” che accompagnerà la nascita della cosiddetta Seconda Repubblica.

Un attacco feroce, organizzato, che trova il suo precedente negli anni delle stragi di Piazza Fontana e degli anni ’70, nei fatti di Reggio Calabria e nel terrorismo. Una stagione che toccò il suo culmine con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta.

Anche in quel caso, tra via Fani e via Caetani – dove venne ritrovato il corpo del Presidente della Democrazia Cristiana – passarono 55 giorni. E da quel 9 maggio del 1978, così come dal 23 maggio e dal 19 luglio del 1992, il Paese cambiò per sempre lasciando incompiute alcune importanti riforme, spezzando infine le ali a quella volontà di partecipazione politica e sociale e a quella spinta che intendeva dare piena applicazione alla nostra Costituzione. Volontà che avevano e avrebbero certamente rafforzato la democrazia italiana.

A oltre vent’anni di distanza la battaglia contro le organizzazioni criminali non è stata definitivamente vinta, tanto è ancora il percorso da fare, i dubbi da chiarire e le verità da far emergere. Ma alcuni insegnamenti sono ormai stati fissati e ricordare figure di servitori dello Stato, di uomini che hanno dato la propria vita per i valori scritti nero su bianco nella Carta Costituzionale – come Falcone e Borsellino – significa farli vivere nell’azione quotidiana di ogni singolo cittadino, di ogni singolo amministratore chiamati a vivere con spirito di servizio e dedizione il proprio ruolo o il proprio incarico di rappresentare la sovranità popolare.

Insegnamenti di giustizia, che significa lavorare per il bene comune sviluppando percorsi di partecipazione, e farlo con trasparenza e nel rispetto di regole e procedure. Alla luce del sole, senza paura e – come disse Paolo Borsellino in un’intervista del luglio 1992 – “il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare”.

Giacomo Barelli
Assessore alla cultura del Comune di Viterbo


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