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“E’ meglio morire di cancro che avere un nemico come me”

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Paolo Gianlorenzo

Paolo Gianlorenzo

Francesco Battistoni

Francesco Battistoni

L'ex assessore regionale Angela Birindelli in procura per l'interrogatorio

Angela Birindelli

“E’ meglio morire di cancro che avere un nemico come me… e come mi capita l’occasione, se ti posso fare del male, ti farò del male”. 

Sms di questo tenore arrivavano sul cellulare di Francesco Battistoni. A inviarli, secondo la procura, era Paolo Gianlorenzo, il giornalista indagato nell’inchiesta sulla macchina del fango. Con ipotesi di reato che vanno dalla tentata estorsione alla detenzione abusiva di arma. Una campagna stampa “mirata” e “gravemente denigratoria”, scrivono gli inquirenti viterbesi nell’avviso di conclusione delle indagini.

Di quegli articoli di giornale arroventati, Battistoni fu uno dei bersagli principali. Il nome dell’ex capogruppo regionale Pdl ricorreva spesso sia sulle pagine dell’Opinione di Viterbo, un tempo diretto da Gianlorenzo, che sul suo sito web.

Attacchi sui giornali che, insieme alle “reiterate minacce, prospettate da Gianlorenzo in tempi, contesti e con modalità diverse” avrebbero fatto parte di “un proposito criminoso convidiso, favorito e concordato” con l’ex assessore regionale Angela Birindelli, anche lei indagata. 

C’è Battistoni alla base dell’accordo tra Birindelli e Gianlorenzo, ipotizzato dal pm Massimiliano Siddi. Per lei, l’obiettivo sarebbe stato “procurarsi il profitto costituito dall’accrescimento e/o dal consolidamento del proprio potere politico” nel Pdl. Lui, invece, voleva soldi. I soldi della Regione Lazio, che gli servivano per mandare avanti il suo giornale.

Gli inquirenti parlano di “indebita percezione di fondi pubblici da parte dell’assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio, con il proposito di indurre Battistoni ad astenersi dal prendere iniziative politiche e/o istituzionali per contrastare l’erogazione di tali fondi, con pari danno per l’amministrazione regionale”.

Secondo l’accusa, in cambio di articoli autocelebrativi e manganellate mediatiche a Battistoni, la Birindelli aveva promesso a Gianlorenzo 18mila euro con due determinazioni: una “a vantaggio della Alto Lazio News srl, editrice del quotidiano L’Opinione”. L’altra, di pochi mesi più tardi, con l’originario creditore “illegittimamente sostituito” a vantaggio della Cooperativa giornalisti e poligrafici, gestita da Gianlorenzo.

La logica dell’ex direttore dell’Opinione si rivela tanto manichea quanto semplice, nelle carte dell’inchiesta. Per lui, esistono amici o nemici. E i nemici vanno distrutti con la penna e coi dossier. 

L’emblema di questa filosofia è la frase che il giornalista pronuncia durante una riunione di redazione registrata, nell’agosto 2011. Per Gianlorenzo, “Piero Camilli (sindaco di Grotte di Castro, ndr) è un bandito nostro nemico e se possiamo ammazzarlo, se qualcuno c’ha la possibilità di trovare qualcosa per ammazzarlo, portatemelo a me”.

In quella stessa riunione di redazione, il giornalista definisce anche Battistoni come “nostro nemico”, ma subito dopo aggiunge che “bisogna sta’ equilibrati perché ce po’ fa male, non possiamo prende i soldi delle pubblicità eventualmente dalla Regione”. A meno che non si trovi qualcosa per colpirlo. E Gianlorenzo lo trova nelle intercettazioni dell’inchiesta Asl. Battistoni non è indagato, ma Gianlorenzo tratta quei verbali come un’arma. Non serve pubblicarli. Non subito. Gli basta far sapere a Battistoni che può usarli quando vuole, per intimorirlo a dovere.

“Ti prego. Ti supplico. Ti imploro – gli scrive Gianlorenzo in un sms -. Chiama Genova (Manfredi Genova, editore dell’Opinione di Viterbo, ndr) e digli di non pubblicare le intercettazioni che riguardano te, Angelucci, il tuo amico Di Mario. Sono sconvolto al solo pensiero di poterle vedere riportare su un quotidiano. Saluti cari e grazie di quanto riuscirai a fare, Paolo”. E ancora avrebbe detto sempre a Battistoni: “Sarai contento che non sono più direttore… come ho già detto ad altri, a Ciarrapico e a Bonatesta, è meglio morire di cancro che avere un nemico come me… e come mi capita l’occasione, se ti posso fare del male ti farò del male”.

Un altro sms va all’allora direttore del Nuovo corriere viterbese: “La riconoscenza di aver trattato con i guanti bianchi il tuo “editore” è stata ripagata alla grande con una sfida che porterà sangue. Ho da scrivere molto sia su Angelucci che su Battistoni. Roba della Procura ovviamente…”. 

Le intercettazioni di Battistoni nell’inchiesta Asl finiscono in un dossier confezionato ad arte e consegnato all’allora presidente della Regione Lazio Renata Polverini. “Per il tramite del di lei capo di gabinetto, Pietro Giovanni Zoroddu” Gianlorenzo le fa avere “un incarto che si era procurato grazie alla propria professione giornalistica, contenente trascrizioni di verbali di intercettazioni telefoniche relative a un procedimento penale in fase di indagini preliminari al quale lo stesso Battistoni era formalmente estraneo”. E’ l’inchiesta Asl. Sfruttata dal giornalista per i suoi scopi personali, secondo la procura. Ridotta a pretesto per azionare la macchina del fango. 


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